Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (II/B: Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi?)

Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (II/A: Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi?)
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Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (II/B: Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi?)

L’amore tra una donna ed un uomo che non andasse al di là della compiacenza e della concupiscenza sarebbe però inevitabilmente incompleto, non sarebbe realizzato nella sua pienezza. Infatti, non è assolutamente sufficiente desiderare l’altra/o come un bene per me, ma soprattutto volere il suo vero bene. Il vero amore è ‘benevolente’ (è il terzo elemento; altrimenti sarebbe un surrogato, nient’altro che il travestimento dell’egoismo), non si limita a desiderare l’altra/o come un bene per sé, ma desidera ciò che è il vero bene dell’altra/o. Un tale amore è evidentemente connotato dalla reciprocità che fa sì che l’amore non sia un qualcosa che è proprio alla donna ed all’uomo in sé, altrimenti si darebbero due amori, ma è ciò che ne fa una realtà nuova ed unica. Quindi un ‘io’ ed un ‘tu’ che si scoprono ‘noi’. Questo significa che l’amore non può essere a ‘senso unico’, unilaterale, è interpersonale e non individuale. Però: “Perché nasca il ‘noi’, il solo amore bilaterale non basta, perché in esso malgrado tutto, ci sono due ‘io’, sia pur pienamente disposti a diventare un solo ‘noi’. È la reciprocità che, nell’amore, decide della nascita di questo ‘noi’. Essa prova che l’amore è maturato, è diventato qualcosa tra le persone, ha creato una comunità, ed è così che si realizza pienamente la sua natura” (ivi, p. 542). Ovviamente, benevolenza e concupiscenza non solo non si escludono, ma sono chiamati ad una corretta integrazione, anzi il reciproco amore, quando è maturo, è disinteressato anche nel soddisfacimento della concupiscenza. La prova di quanto sia importante la reciprocità l’abbiamo quando non si è sicuri della fedeltà dell’altra/o e diventiamo ‘gelosi’, situazione che si supera con l’impegno personale di benevolenza di ciascuno dei due che dà carattere di certezza alla reciprocità. Essere sicuri dell’amore dell’altro è fonte di gioia e pace per chi ama ed è parte dell’essenza dell’amore, cosa che non si dà se il rapporto si basa sulla mera concupiscenza, se si fonda su due egoismi. Per questo è fondamentale, cosa di cui oggi pochi si rendono conto, che: “… bisogna sempre ‘verificare’ l’amore prima di dichiararlo alla persona amata, e soprattutto di riconoscerlo come vocazione, e cominciare a costruire su di esso la propria vita. Bisogna soprattutto verificare quello che c’è in ciascuna delle persone co-creatrici dell’amore e, di conseguenza, anche quel che c’è tra loro. Bisogna soprattutto verificare su che cosa si fonda la reciprocità [in che misura il bene dell’altro od il proprio piacere] e se essa non sia solo apparente. L’amore può durare soltanto come unità in cui si manifesta il ‘noi’, ma non come combinazioni di due egoismi, in cui si manifestano due ‘io’” (ivi, p. 545).

Un quarto elemento è dato dalla ‘simpatia’ (etimologicamente: provare insieme), intendendo con questa l’attrazione che si ‘sente’ per l’altra/o, che spesso e volentieri prende il sopravvento sulla volontà a prescindere dalle qualità oggettive dell’altra/o, cosa che la rende debole, ma allo stesso tempo conferisce all’amore tra le persone una forza unica. Questo perché: “L’amore è un’esperienza vissuta e non soltanto una deduzione. […] Grazie alla simpatia, essi sentono il loro amore reciproco, senza di essa si sviano e si ritrovano in un vuoto altrettanto sensibile. Per questo sembra loro in genere che l’amore finisca nel momento stesso in cui scompare la simpatia. Tuttavia l’amore nel suo insieme non si limita alla simpatia, come la vita interiore della persona non si riduce all’emozione né al sentimento, che ne sono solo gli elementi. Un elemento più profondo e di gran lunga più essenziale è la volontà, chiamata a modella l’amore nell’uomo e tra gli uomini. È importante fare questa constatazione, perché l’amore fra la donna e l’uomo non può arrestarsi a livello della simpatia: bisogna che diventi amicizia. […] L’amicizia e la simpatia dovrebbero compenetrarsi senza intralciarsi. In questo consiste l’’arte’ dell’educazione dell’amore, la vera ars amandi. È contrario alle sue regole permettere che la simpatia (particolarmente evidente nel rapporto uomo-donna, in cui si ricollega a un’attrazione sensuale e carnale) obnubili il bisogno di creare l’amicizia e in pratica la rende impossibile. In questo, a quanto pare, risiede spesso la causa di diverse catastrofi e fallimenti ai quali è esposto l’amore umano. […] Benché soggettivo, perché radicato nei soggetti, l’amore deve essere esente da soggettività. Bisogna che sia nel soggetto, nella persona, ma abbia un aspetto oggettivo. Proprio per questo, non può limitarsi ad essere simpatia: bisogna che sia amicizia. Ci si può rendere conto della maturità dell’amicizia verificando se essa si accompagni alla simpatia, o più ancora, se vi sia totalmente subordinata e non dipenda esclusivamente da emozioni e affetti, se sussista al di fuori di essi, oggettivamente, nelle persone e tra esse. Allora soltanto si può fondare su di essa il matrimonio e la vita comune degli sposi” (ivi, pp. 547; 550). Quindi scelta volontaria e permanente e questo a differenza di quanto avviene nella mera simpatia, dove giocano un ruolo predominante i sentimenti e le emozioni: senza la simpatia l’amore è freddo e senza l’amicizia la simpatia si rivela essere vuota e sfuggente!

Alla luce di quanto fin qui detto, appare alquanto evidente che non si può basare esclusivamente una relazione d’amore, sul sentimento, sulle emozioni, ma è necessario un amore che vuole il vero bene dell’altro che è allo stesso tempo il vero bene di/per chi ama. Tutto ciò non s’improvvisa, ma ha bisogno di tempo per maturare attraverso una conoscenza reciproca ed un cammino insieme, proporzionato alla maturazione del rapporto che si realizzerà sempre di più solo in un ‘io’ ed un ‘tu’ (non un ‘mio’ ed un ‘tuo’ come vedremo nel successivo paragrafo), che si sentono fusi in un ‘noi’. Solo dandosi questi presupposti ha senso pensare e parlare, prima di tutto, di ‘fidanzamento’, che ha una funzione specifica e propria che è possibile recuperare già guardando all’etimologia: fidanzarsi derivato da fidanza = der. di fidare, per adattam. del fr. ant. fiance, der. di fier, che ha lo stesso etimo e le stesse accezioni, appunto, dell’ital. fidare, fiducia; inteso in genere scambiarsi una promessa di matrimonio o, più comunemente, intraprendere una relazione amorosa (cf Treccani). Quindi alla base c’è la presa di coscienza che il bene dell’altro è importante e questa reciproca fiducia porta ad impegnarsi liberamente, ma non in una asettica ‘prova’ contrassegnata da un atteggiamento di verifica secondo le categorie dell’utilità e della convenienza (mi è utile, mi conviene l’altra/o?), ma in vista di realizzare ciò che costituisce allo stesso tempo un desiderio ed una promessa (v. fidanzata/opart. pass. di fidanzare: chi si è impegnato con una promessa di matrimonio).

La stessa realtà è contenuta in quello che da sempre è stato ritenuto il naturale approdo per una donna ed un uomo che sono arrivati alla conclusione che il loro è un vero amore: il matrimonio, lo sposarsi. Anche rispetto a questi termini, uno sguardo all’etimologia delle parole ci aiuta a recuperare la verità di questa realtà nella vita di diretti interessati, ma anche per la società civile e per la loro fede. Infatti matrimònio deriva dal lat. matrimonium, der. di mater -tris ‘madre’, colei che genera, sottolineando così una delle finalità dell’amore. Istituto giuridico mediante cui si dà forma legale (e rispettivam. carattere sacro) all’unione fisica e spirituale dell’uomo (marito) e della donna (moglie) che stabiliscono di vivere in comunità di vita al fine di fondare la famiglia. Di uguale significato e contenuto i termini: sposare, dal lat. tardo sponsare, intens. di spondēre ‘promettersi a…’; coniuge, dal lat. coniux-ŭgis, der. di coniungĕre ‘congiungere’ (cf Treccani).

Infine, la terza tessera del nostro mosaico, consiste nel prendere atto delle esigenze che un tale tipo di relazione implica. Anche se l’amore tra una donna ed un uomo si forma a livello individuale attraverso l’attrazione, la concupiscenza e la benevolenza, esso si realizza pienamente tra e con i due, si realizza insieme, non una volta per sempre, ma ogni momento, o semplicemente non si realizza, perché non si dà. Infatti, quando si dice che il matrimonio è ‘la tomba dell’amore’, si deve intendere che i due hanno creduto o pensato che ormai era tutto fatto una volta sposati, non rendendosi conto che il matrimonio è sempre un continuo inizio, una scoperta sempre più matura dell’altra/o che non dispensa da gesti e parole che manifestano questo amore e lo fanno crescere, specialmente nella condivisione e nel confronto quotidiano. Altrimenti, con il passare del tempo si ritroveranno due estranei che convivono nello stesso appartamento, condividono cose, persone, magari interessi, ma non la vita. Invece l’amore tra una donna ed un uomo non è un ente di ragione, teorico ed astratto, un ufo non bene identificabile, ma è propriamente un incontro ed una unione tra loro, è sempre sintesi interpersonale, condivisione intima, fatta di complicità ed attenzione unica all’altra/o. Dandosi e realizzandosi tutto questo, con l’onesto desiderio che crescano e si fortifichino con il tempo, è naturale che i due vogliano ‘sposarsi’, per essere non due, ma una sola, nuova realtà, con una scelta permanente di vita che ratifica di fronte a Dio ed alla comunità. Questo perché anche se è una scelta d’amore, che riguarda il santuario più intimo degli interessati, essa avrà effetti per gli eventuali figli e per la società stessa. Di fatto, dato verificabile ed introvertibile che non può essere ignorato, tutte le popolazioni oggi note, comprese le più primitive, usano il ‘matrimonio’ come legame socialmente riconosciuto tra individui, confermando così il suo essere un’istituzione universale comune a tutti i popoli e a qualsiasi livello di civiltà (cf, per es., Codice di Hammurabi, che regnò in Mesopotamia dal 1792 al 1750 a. C.).

Di fatto, l’amore sponsale è diverso da tutti gli altri tipi di amore visti, in quanto consiste nel dono del proprio ‘io’, che implica molto di più del semplice ‘voler bene’ che si dà nell’amicizia. Ma cosa significa donarsi in questi termini? Può una persona donarsi ad un’altra? Pur essendo ogni persona ‘padrona di se stessa’, essa non può donarsi. Infatti, “La natura della persona si oppone al dono di sé. Infatti, nell’ordine della natura, non si può parlare di dono di una persona all’altra, soprattutto nel senso fisico della parola. Ciò che vi è di personale in noi è al di sopra di ogni forma di dono, qualunque essa sia, e al di sopra di una appropriazione in senso fisico. La persona non può, come una cosa, essere proprietà di altri. Di conseguenza, è altrettanto escluso che si possa trattare la persona come un oggetto di godimento utilitaristico …” (ivi, pp. 553-554). Ma ciò che è impossibile a livello fisico, si realizza con l’amore ed in senso morale, grazie al quale una persona può donarsi all’altra o/ed a Dio, e proprio in forza di questa donazione piena ed incondizionata si dà l’amore sponsale. Questo tipo d’amore porta con sé delle intrinseche esigenze che, al di là dei ricorrenti tentativi della cultura dominante di pensarle come retaggio del passato, sono evidenti. Dette intrinseche esigenze sono i così detti: a) i fini di questo amore che è l’amore dei coniugi con la sua naturale apertura alla vita dei figli, per l’assicurazione di una sana crescita ed educazione all’interno di una stabile unione; b) le proprietà unità ed indissolubilità del matrimonio, in quanto il vero amore è per sé infinito e mai può essere pensato come un contratto a tempo determinato. Fini e proprietà che non sono una ‘fissazione’ della Chiesa cattolica che crede ancora in quella ‘befana’ che è la legge naturale, ma mere esigenze del cuore che ama e chi ne ha fatto almeno una volta l’esperienza sa bene di che cosa si sta parlando: contra factum non valet argumentum! CONTINUA DOMANI …

Roma, Angelicum, 26 maggio 2020

Memoria di san Filippo Neri

P. Bruno, O. P.