Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (IV. Conclusione)

Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (III. ‘Partner’: il significato ed il contesto propri di compagna/o)
1 Giugno 2020
Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (Testo completo)
3 Giugno 2020

Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (IV. Conclusione)

Sommario: I. Introduzione; II. Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi?; III. Partner: il significato ed il contesto propri di compagna/o; IV. Conclusione.

IV. Conclusione

           Dopo aver ricordato da una parte la dinamica di una vera relazione d’amore tra una donna ed un uomo e dall’altra il significato ed il contesto in cui ha senso usare i termini compagna/o, è evidente il non senso di usare questi termini per un contesto oggettivamente diverso e superiore. Significa questo un giudizio negativo verso coloro che usano questi termini in modo oggettivamente improprio o hanno fatto la scelta di avere una compagna/o invece di una fidanzata/o o moglie/marito? Nel modo più assoluto no! Queste riflessioni vogliono soltanto essere uno stimolo non solo ad usare in modo proprio le parole (cf http://www.padrebruno.com/perche-e-importante-recuperare-il-significato-delle-parole-che-usiamo-2/), ma anzitutto riappropriarci della verità della realtà che non è frutto della nostra volontà e non può essere stravolta dalle mere emozioni. Riguardo a queste ultime, mi ricordo di una ormai datata canzone di Lucio Battisti che diceva: “E prendere a pugni un uomo solo perché è stato un po’ scortese. Sapendo che quel che brucia non son le offese. E chiudere gli occhi per fermare. Qualcosa che è dentro me. Ma nella mente tua non c’è. Capire tu non puoi. Tu chiamale se vuoi. Emozioni. Tu chiamale se vuoi. Emozioni” (Emozioni [1970] testo di Mogol). È sicuramente vero che in quanto dotati di libertà, possiamo scegliere di fare questo o il suo contrario, ma rimane il dato di fatto che con questo non si dà o si annulla la differenza: se una è vera l’altra sarà inevitabilmente falsa, se una è buona l’opposta sarà cattiva, se un comportamento è giusto il suo opposto sarà ingiusto. Questo rimane vero, buono e giusto per me, per te che leggi, per le persone che ci sono attorno. Siamo persone libere, ma teniamo presente l’ammonimento paolino: “’Tutto è lecito!’”. Ma non tutto è utile! ‘Tutto è lecito!’. Ma non tutto edifica” (1 Cor 10, 23).

           La finalità di queste riflessioni non è altra che quella di risvegliare le coscienze, recuperando la verità e la bellezza del vero amore tra una donna ed un uomo, che in quanto tale può avere paura di tutto, ma non d’impegnarsi nel coltivare quotidianamente quel ‘noi’, fuori del quale tutto il resto perde significato per gli interessati. Proprio grazie alla differenza donna (femminilità) ed uomo (mascolinità) è possibile il dono vicendevole l’una per l’altro, raggiungendo in questo modo attraverso la reciprocità, una particolare ed unica complementarietà, tanto da rendere possibile l’essere una sola carne (cf Gn 2, 24). I compagni possono condividere un interesse, un bisogno, un’esperienza, si dice anche “compagno di vita”, ma è sempre l’io a parlare, cui si aggiunge un altro che l’accompagna dal di fuori e nonostante le attese rimane in un certo sempre un ‘estraneo’. Realtà che mi sembra emergere chiaramente nel testo di un’altra canzone di questi giorni: “Te ne vai come io fossi niente. Come fosse che? Te ne vai perché non c’è più niente da prendere. Te ne vai come ci fosse un altro. Come se ti stesse già aspettando. Come se esistesse qualcun altro uguale a me. […] Me ne vado come fossi pazzo. Sì, pazzo di te. Me ne vado perché un po’ ne ho voglia. Un po’ perché. Perché per te l’amore dura un anno” (Achille Lauro, 16 marzo, 2020).

L’amore sponsale è invece dare e ricevere la totalità di sé stessi (resa possibile dalla natura), e se è totale, l’amore non ammette riserve o limiti di tempo. Questo si realizza soltanto in un libero consenso attraverso il quale reciprocamente ci si dona e si accoglie l’altro. A tutto ciò, come dice san Tommaso, la natura inclina, ma la donazione di sé stessi è atto del libero arbitrio. In altre parole: ci sono tante forme della relazione umana, ciascuno può fare un po’ quello che vuole (anche se fino ad un certo punto!), ma la relazione sponsale è diversa, perché è totale e non ammette scadenze ed ipoteche, e si connota, in modo unico, per essere il luogo del perdono e della festa. Gli elementi costitutivi di un tale tipo di relazione, quali la totalità e la disponibilità a concedere e ricevere il perdono, mi fanno venire in mente due recenti canzoni che trovo opportuno citare, almeno nei ritornelli, perché mi sembrano esprimere una coscienza che, anche se faticosamente, cerca di emergere sempre di più: “Ma se dovessimo spiegare. In pochissime parole. Il complesso meccanismo. Che governa l’armonia del nostro amore. Basterebbe solamente dire. Senza starci troppo a ragionare. Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa. Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa” (Francesco Gabbani, Viceversa, 2020). “In mezzo alla tempesta noi siamo ancora qui tenendoci più forte per non perderci vedrai che cambierà, cambierà e se cambierà vale anche perdonare, perdonare non è mai facile rialziamoci da terra, ripartiamo da qui se ancora due destini dicono di sì lo so che cambierà, cambierà e se cambierà tu mi sai perdonare, perdonare” (Nek, Perdonare, 2020). Tutto questo rimane vero a livello naturale, per tutti, ed assume un carattere specifico per il matrimonio cristiano dove, in ogni caso, ciò che deve essere alla base di questo impegno d’amore, è il punto fermo e non negoziabile dell’indissolubilità del matrimonio cristiano, che si fonda sull’amore oblativo dei coniugi promesso per la vita ed aperto alla vita.

           Concludo con quanto ha scritto al riguardo san Giovanni Paolo II, con la speranza che la loro meditazione porti molti a non aver paura d’inoltrarsi in questa magnifica avventura che può cambiare la vita. “… ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica ‘ecologia umana’. Non solo la terra è stata data da Dio all’uomo, che deve usarla rispettando l’intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l’uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato. […] L’uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la verità ed il bene. Egli, tuttavia, è anche condizionato dalla struttura sociale in cui vive, dall’educazione ricevuta e dall’ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure ostacolare il suo vivere secondo verità. Le decisioni, grazie alle quali si costituisce un ambiente umano, possono creare specifiche strutture di peccato, impedendo la piena realizzazione di coloro che da esse sono variamente oppressi. Demolire tali strutture e sostituirle con più autentiche forme di convivenza è un compito che esige coraggio e pazienza. La prima e fondamentale struttura a favore dell’’ecologia umana’ è la famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé da parte dell’uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino. Spesso accade, invece, che l’uomo è scoraggiato dal realizzare le condizioni autentiche della riproduzione umana, ed è indotto a considerare se stesso e la propria vita come un insieme di sensazioni da sperimentare anziché come un’opera da compiere. Di qui nasce una mancanza di libertà che fa rinunciare all’impegno di legarsi stabilmente con un’altra persona e di generare dei figli, oppure induce a considerare costoro come una delle tante ‘cose’ che è possibile avere o non avere, secondo i propri gusti, e che entrano in concorrenza con altre possibilità. Occorre tornare a considerare la famiglia come il santuario della vita. Essa, infatti, è sacra: è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita” (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1°-V-1991, nn. 38-39).

            Ovviamente più di qualcuno, leggendo questa riflessione, che s’ispira e segue la visione della Chiesa cattolica, starà pensando che i suoi contenuti non sono al passo con i tempi, che oggi i giovani hanno un’altra mentalità ed un’altra visione del modo, della sessualità e dell’amore. Però, prima di tutto, rimane aperta la risposta alla domanda se tutto questo è positivo o meno. In secondo luogo, all’obiezione di una Chiesa che non è al passo con i tempi, si potrebbe rispondere allo stesso modo di Chesterton: la Chiesa non deve essere al passo con i tempi ma, al contrario, essa deve dettare il passo (nella misura in cui rimane fedele al ‘depositum fidei’ che ha ricevuto come amministratrice), deve gettare il seme in un tempo di oscurità e confusione ed attendere pazientemente che tutto questo un giorno fruttifichi.

P. S.: C’è uno stupendo film che, secondo me, descrive in maniera abbastanza veritiera, anche se drammatica, la differenza tra compagna/o, fidanzata/o, moglie/marito, e che consiglio a tutti di vedere. Il suo titolo è One day, un film del 2011 diretto da Lone Scherfig e interpretato da Anne Hathaway e Jim Sturgess, tratto dal romanzo ‘Un giorno’ di David Nicholls, con una colonna sonora (We had Today) a dir poco ‘fantastica’ di Rachel Portman, che tutti dovrebbero ascoltare (https://music.youtube.com/watch?v=ep3LPw5Azio&list=RDAMVMep3LPw5Azio). Lascio qui solo un breve, ma significativo passaggio di un dialogo tra i due innamorati da sempre, ma che solo lottando contro i loro egoismi hanno permesso a quell’amore di sbocciare. “’Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo’, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Era poco pratico. Molto meglio cercare di essere coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio il mondo, ma il pezzettino intorno a te”.

Roma, Angelicum, 2 giugno 2020

Santi Marcellino e Pietro – Martiri

P. Bruno, O. P.