Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito?

Il bene non fa rumore ed il rumore non fa bene!
16 Maggio 2020
Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito? (II/A: Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi?)
30 Maggio 2020

Compagna o fidanzata e moglie? Compagno o fidanzato e marito?

Sommario: I. Introduzione; II. Cosa significa e perché fidanzarsi e sposarsi?; III. Partner: il significato ed il contesto propri di compagna/o ; IV. Conclusione. N.B.: OGGI PUBBLICATA SOLO L’INTRODUZIONE. I PUNTI SUCCESSIVI SARANNO PUBBLICATI PROSSIMAMENTE.

Introduzione

            Il chiamare, il sentire o definire come compagna/o colei o colui che da sempre erano stati considerati come fidanzata/moglie o fidanzato/marito, è ai nostri giorni ormai comune. Addirittura ascoltando la radio o vedendo la televisione, ci si accorge che molte persone pur essendo sposate, religiosamente o civilmente, preferiscono usare i termini di compagna/o per evitare di apparire fuori tempo e forse fuori ‘posto’. Ovviamente nihil sub sole novum (Ec 1, 9) in quanto lungo il corso della storia, almeno della civiltà Occidentale, molteplici sono state le iniziative che hanno voluto ‘sdoganare’ l’amore tra una donna ed un uomo da ogni presunta limitazione istituzionale e riconoscimento legale, sentite come ‘costrizioni’. Rimanendo solo all’età moderna è possibile individuare: la Rivoluzione francese, lo ‘Statuto familiare’ in Russia del 1918, il Movimento del Sessantotto. Di fronte a questo tipo di avvenimenti e situazioni credo che la cosa più sensata ed intelligente da fare sia quella di chiedersi semplicemente: perché? Cercando di partire non da preconcetti o visioni ideologiche, ma semplicemente dalla realtà oggettiva, ricercando da ‘mendicanti’ quella verità che non ci appartiene in quanto non dipende dalla nostra volontà, ma che possiamo solo accogliere: “Veritas est adaequatio rei et intellectus” (S. Theol., I, 14, 1-2; Contra gent., I, 59; 62; De Veritate, I, 1). Con questa definizione san Tommaso d’Aquino non ha fatto altro che ricordare che la verità consiste nella corrispondenza fra l’intelletto e la cosa, ragione per la quale una parola è significativa, una proposizione è vera quando la mente coglie ciò che esiste, quando la mente si adegua ponendosi in una relazione di corrispondenza, con la realtà (cf http://www.padrebruno.com/perche-e-importante-recuperare-il-significato-delle-parole-che-usiamo-2/).

           Tutto ciò che sembrava un punto fermo ed incontrovertibile, fu contestato e messo in discussione dal XVIII sec. in poi con Kant, Fichte, Schelling, Hegel e dalla visione, in particolare di questi ultimi, del mondo che va sotto il nome di ‘idealismo’ (una ‘ideosofia’ piuttosto che una filosofia per J. Maritain, in quanto la ricerca prende ad oggetto l’idea e non l’essere) che riconduce totalmente l’essere al pensiero, negando esistenza autonoma alla realtà, ritenuta il riflesso di un’attività interna al soggetto. In altre parole: non è più l’essere che genera il pensiero, ma il pensiero che dà origine all’essere. Tenendo presente detta visione della realtà, della quale noi tutti siamo figli, possiamo iniziare a capire il perché della sistematica opera di sovvertimento dei significati delle parole, dove alla fine non dovremo un domani meravigliarci se chiameremo le mele, pere e le pere, mele! Una volta negata l’oggettività della nostra conoscenza con l’adeguarsi della nostra mente al mondo che ci circonda, tutto ed il contrario di tutto diviene se non possibile, almeno ipotizzabile e potenzialmente giustificabile per quel ‘soggettivismo radicale’ che ne è all’origine e produce tante verità quanti sono i soggetti interessati. Ognuno dà il significato che vuole alle parole che usa, ognuno si sente autorizzato e giustificato a fare quello che fa, per il semplice fatto che ‘sente’ essere la cosa giusta, e chi non accetta è semplicemente un asociale, qualcuno che ‘giudica’ solamente, che non capisce e non ‘accetta/ama’ gli altri per quello che sono (quindi non escludendo nessuno, neanche, per esempio chi sfrutta i poveri e nega giustizia agli innocenti). Quindi nient’altro che quella eterna tentazione del peccato originale (cf Gn 3, 1-5) di farsi Dio, quindi di pensarsi il creatore, dove alla fine l’io è il mondo ed il mondo è il proprio ‘io’. In un mondo così fatto, ovviamente non esiste ‘la verità’, ma ognuno ha le proprie convinzioni che gli altri devono semplicemente accettare (cf B. Esposito, La risposta cristiana al soggettivismo etico e giuridico, in http://www.settimananews.it/diritto/risposta-cristiana-al-soggettivismo-etico-giuridico/). La conferma di quanto però sia pericoloso questo modo di vivere e di pensare, l’abbiamo sotto i nostri occhi in questi primi giorni della così detta ‘Fase 2’ della pandemia da COVID-19. Dal Nord al Sud dell’Italia persone che si sentono in ‘diritto’ di avere la movida notturna, come se niente fosse successo, e non si curano che loro od altri potrebbero essere le prossime vittime. Lo stesso viene dato di pensare se si guarda, sempre in questi giorni, anche solo allo scenario europeo dove Stati ricchi ed in ogni caso considerati all’avanguardia nel welfare e tra i più ‘progressisti’ (termine anche questo stravolto: cf http://www.padrebruno.com/conservatore-progressista/), come Austria, Danimarca, Svezia e Olanda che guidano il fronte dei Paesi del Nord Europa, contrari alla mutualizzazione del debito che i Paesi dell’Unione stanno contraendo per questa pandemia, e così si oppongono alla solidarietà che è l’unico modo per uscire da questa crisi, data la globalizzazione.

Però, e qui iniziano i problemi in quanto siamo esseri che non possono vivere senza i propri simili, in un mondo del genere diventa impossibile comunicare, dialogare, confrontarsi, rispettarsi, amarsi veramente, cioè darsi per l’altro e non approfittare di lui. Uno dei segni incontestabili di questo stato di cose, come ho già accennato, è proprio lo stravolgimento delle parole che si usano quotidianamente, molte delle quali sono completamente sovvertite rispetto al loro significato vero ed originale. Operazione portata avanti, in modo ormai collaudato, sulle prime attraverso questo o quell’autore, qui o lì nei vari mezzi di stampa e di comunicazione, che oggi sono alla portata quasi di tutti, fino ad imporsi in modo quasi inconscio ed inconsapevole. Si pensi all’idea di ‘libertà’ che finisce dove inizia la libertà dell’altro, quando invece il vero concetto di libertà esige di essere vissuta insieme agli altri, oppure al termine ‘tolleranza’ usato nel senso di rispetto, quando invece comporta in sé un giudizio negativo sull’altro in quanto non si tollera ciò che è bene, e così via. Questo stato di cose che con il tempo (soprattutto con l’età nel senso del passare degli anni per ciascuno), spesso provoca, da una parte, sempre in più persone il desiderio di evadere, d’isolarsi da un mondo che sembra sempre di più impazzito, dove in mancanza di categorie e criteri oggettivi, ognuno ritiene ‘folle’ l’altro che non si comporta come lui o che non accetta le sue idee ed i suoi comportamenti. Si assiste anche alla formazione di vere e proprie ‘coalizioni’, lobby che aggregano coloro che hanno una determinata idea della vita, della morale, della politica, dell’economia, della finanza e vogliono imporre in un modo od in un altro la loro ‘visione’ della realtà agli altri, con le modalità e gli effetti che si possono facilmente immaginare. Davanti all’impressione di questa follia collettiva la tentazione di molti è quella di alzare le mani, di accettare ciò che sembra l’ineluttabile, anche perché ogni tentativo di reazione sembra essere sentito come destinato a fare la fine di Don Chisciotte contro i mulini a vento. A conferma di quanto scritto, consiglio caldamente di leggere quanto riportato in un messaggio postato in data 14 maggio su facebook nel quale, tra l’altro si propone di sostituire boyfriend/girlfriend con partner, husband/wife con spouse: https://www.facebook.com/photo/?fbid=10158625430450820&set=a.89524425819. Questi tentativi di forgiare una ‘lingua nuova’, che sembrano una vera e propria ossessione, non provano neanche a nascondere la volontà di ‘ricreare’ il mondo ad immagine e somiglianza della cultura dominante, espressione di quei centri di potere che usano le masse, promettendo loro libertà, ma di fatto facendone dei ‘dipendenti’ se non degli schiavi (cf 2 Pt 2, 19).

L’impressione che il mondo non sia altro che un immenso manicomio è stato usato da più di qualche autore in letteratura. In una di queste opere, di cui non ricordo né l’autore e né il titolo, lessi che passando fuori da un manicomio il protagonista si chiedeva sempre da quale parte fosse il chiavistello che serrava la porta per non uscire! D’altra parte questo oggi, rimanendo in Italia, non sarebbe possibile in quanto dal 1978 con la L/180 (così detta Legge Basaglia), i manicomi sono stati formalmente aboliti, anche se, ovviamente la legge non ha potuto abolire la malattia mentale, ma questo è un altro discorso. Questa presa d’atto mi ha sempre spinto (e con questo vi propongo un ulteriore passo in avanti nella riflessione), ad accettare con convinzione il ‘principio di realtà’ dal quale bisogna sempre partire anche se con la tecnica si può manipolare o cambiare (altro discorso è se questo è sempre un bene). Altrimenti si corre il rischio che ha segnato la vita di qualche dittatore che non capiva come fosse possibile che la natura non si conformasse al suo piano quinquennale dei raccolti agricoli! Proprio in riferimento al principio di realtà, ricordo un bellissimo film, Cast Away, uscito nel 2000, diretto da Robert Zemeckis che aveva come attore protagonista un insuperabile Tom Hanks e per colonna sonora una toccante composizione di Alan Silvestri. È la storia di un manager di una grande compagnia, che vive per il suo lavoro, in un ambiente super tecnologizzato, e che per un incidente aereo vive per più di quattro anni come naufrago in un’isola sperduta del Pacifico, con la sola compagnia del ricordo della donna che amava e della presenza di un pallone, che diventa il suo unico amico, l’amico Wilson (nome della marca). Ciò che mi colpì di più di questo film fu proprio il rifiuto iniziale del protagonista di accettare la realtà. Tutto ciò che nella sua vita di ogni giorno fino ad allora sembrava scontato o dovuto, nell’attuale situazione andava lentamente conquistato. Simboliche, tra le tante, due scene: nella prima che lo vede nell’isola impegnato per settimane a cercare di accendere il fuoco con la frizione di due pezzi di legno, nella seconda, dopo il suo salvataggio ed il suo ritorno a casa, quando dopo la festa di ben tornato da parte dei suoi colleghi, rimane solo ed accende e spegne in continuazione un accendino, quasi un gesto automatico, che invece quando era sull’isola gli aveva procurato delle dolorosissime vesciche.          

Queste considerazioni introduttive possono sembrare esagerate o pesanti come macigni, ma proprio per questo ho deciso di proporle affinché ogni lettore ne possa dare una valutazione oggettiva e pacata, al di là di chi l’ha scritte (cf San Tommaso, S. Theol., I-II, 109, 1 ad 1). D’altra parte mi sembrava doveroso dare qualche indicazione previa prima di affrontare proprio questo sovvertimento o confusione che si voglia dire, almeno a mio sommesso avviso, dei termini indicati nella presente riflessione. Visto che farò in questa riflessione più volte riferimento al valore ed al significato del linguaggio, mi sembra opportuno ricordare previamente qualche nozione di base. In genere si distinguono tre tipi di linguaggio: 1) aletico; 2) valutativo; 3) deontico.Nel linguaggio aletico (dal greco alétheia, verità), si danno proposizioni che affermano essere vero o falso un ente, un fatto, una situazione: questa è una banconota di 10 €; io sto leggendo; io sono figlio di mia madre. Poi abbiamo delle proposizioni che fanno parte del linguaggio valutativo, che contengono un giudizio di apprezzamento o meno su un ente, su un fatto, su una persona: questo film è bello; fare la carità è un bene; l’amicizia è un bene unico. Infine abbiamo il linguaggio deontico (dal greco to déon, ciò che è da fare), del quale fanno parte le proposizioni che stabiliscono ciò che si deve o non si deve fare: i cittadini devono pagare le tasse; non si deve uccidere la persona innocente (cf S. Cotta, Il diritto nell’esistenza. Linee di ontofenomelogia giuridica, Milano 19912, p. 190).

Per evitare un testo troppo lungo ho deciso di dividerlo, come si evince dal sommario, in quattro parti che pubblicherò, spero, settimanalmente. Avendo iniziato a scrivere queste righe nel giorno in cui ricorre il Centenario della nascita dell’indimenticabile san Giovanni Paolo II (18 maggio 1920-2020), ex studente dell’Angelicum nel quale conseguì il Dottorato in Teologia nel 1948, mi vengono alla mente due sue affermazioni che desidero consegnarvi a conclusione di questa introduzione e nell’attesa di ritrovarci prossimamente. “Ma se c’è in me la verità, deve esplodere. Non posso rifiutarla, rifiuterei me stesso” (K. Woityla, Nascita dei confessori). “Non si può pensare solo con un frammento di verità, bisogna pensare, con tutta la verità” (K. Woityla, Fratello del nostro Dio). Nella consapevolezza che: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, … (Gv 16, 13). CONTINUA …

Roma, Angelicum, 18 maggio 2020

P. Bruno, O. P.