Il bene non fa rumore ed il rumore non fa bene!

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Il bene non fa rumore ed il rumore non fa bene!

Sommario: Introduzione; Alla scoperta delle ragioni del bene e del giusto; Comunicazione importante.

Introduzione

            Nel testo della canzone “Fai rumore” (del cantante Deodato), che ho letto ha vinto il Festival di Sanremo quest’anno, c’è un riferimento ad un rumore che non è certo che faccia bene, ma che alla fine si preferisce al silenzio assordante della solitudine, della mancanza di una persona amata. Personalmente sono però convinto che la vera solitudine, quella che veramente deprime e porta all’indurimento del cuore è il non vivere con amore la propria vita, nell’essere presi da un egoismo che cerca di non riconoscere come sia essenziale per la felicità l’impegno per realizzare ciò che è bene, vero e giusto. Soprattutto è allora importante sapere che ci sono delle cose che non fanno e non devono far rumore, ma proprio per questo cambiano la qualità della vita. Quindi bisogna crederci a prescindere se personalmente o gli altri riescono a realizzarle nella propria vita, facendo proprio quel rumore che non fa bene (cf san Francesco di Sales).

            Nella precedente riflessione (cf http://www.padrebruno.com/chi-e-piu-furbo/), partendo dalle nostre reazioni di fronte a chi è disonesto, ingiusto, non riconosce Dio, fa il male, e sembra andargli tutto bene (v. le credenziali del peccato), ed al nostro atteggiamento di ‘schiavi’ di fronte ai nostri peccati (v. la logica del peccatore), ho cercato di evidenziare che è veramente ‘furbo’ e libero colui che fa la volontà di Dio e non la propria o quella degli altri uomini, per il semplice fatto che le ultime spesso ci rendono ‘stupidi’, ‘stolti’, dipendenti. In proposito vi propongo questo passo del Vangelo che riassume, in termini più che eloquenti quanto ho scritto: “E disse loro: ‘Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni’. Disse poi una parabola: ‘La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio’” (Lc 12, 15-21).

            È proprio vero: con il passare degli anni e soprattutto alla luce dell’emergenza pandemica di questi tempi, la morte è sempre meno un’idea astratta e sempre più un’ombra che ci sovrasta in modo costante ed irreversibile. Prenderne correttamente atto ed accettarlo, ci può aiutare a ridimensionarci ed a vivere pienamente la nostra vita. I direttori spirituali di un tempo ammonivano di essere sempre preparati a passare alla vita senza fine. Come? Facendo bene ciò che si sta facendo, come se fosse l’ultima volta. Quindi anche l’esame di coscienza e la confessione, fatte come se fosse l’ultima volta avrebbero un altro spessore ed un’altra qualità. Questo realistico riferimento non deve turbarci, ma spronarci a chiedere al Signore come il padre del fanciullo posseduto da uno spirito muto: “Credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9, 24). In questi mesi quante volte abbiamo ascoltato o letto “Coraggio, andrà tutto bene!”. Significativamente il Cristo non ci chiede di avere coraggio, ma di avere fede in Lui, perché solo così potremo vivere quanto ci sta accadendo come un’occasione di grazia: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14, 1). Per non cadere nel turbamento che la vita e quanto sta accadendo possono provocare, dobbiamo metterci in un atteggiamento di ascolto della Parola, d’intima preghiera e di grande docilità negli avvenimenti della vita. Perché: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. […] Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (Gv 15, 7-9; 14). Questo comando non è quello di un dittatore, ma il desiderio di chi ci ama più di noi stessi di partecipare all’amore Trinitario. Paradosso dei paradossi, in quanto siamo coscienti che non si può comandare a nessuno di amare e che tanto meno lo si può insegnare, ma allo stesso tempo che imparare ad amare è la cosa più importante della nostra vita (cf san Giovanni Paolo II).

           Nell’odierno spunto di riflessione mi fermerò su un solo punto, quello che riguarda l’importanza di coltivare e nutrire la nostra fede, ogni giorno e non solo quando lo ‘sentiamo’, affinché non viviamo in modo moralistico il nostro rapporto con Dio, ma in modo personale ed intimo, come la richiede ogni relazione d’amore. In altre parole: la qualità, la maturità della nostra fede, del nostro rapporto con Dio è la condizione senza la quale è impossibile intraprendere un vero cammino di conversione, ed è di conseguenza impossibile fare un ‘vero’ esame di coscienza ed una fruttuosa confessione. Infatti, il mio agire ha senso solo in riferimento al mio ‘essere’, e quindi alla mia dignità di persona, di figlio di Dio, ed a questo bisogna fare riferimento in un sincero esame di coscienza: non mi devo confessare perché ho violato un comandamento, ma perché ho liberamente e volontariamente avuto un determinato comportamento che non rispetta, non ama Dio, me stesso e gli altri, che quel comandamento mi ricorda solo, in quanto è una legge iscritta in me e nel creato. Proprio nel Vangelo di questa domenica leggiamo: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama. Chi mi ama, sarà amato da mio Padre e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21). Questo avviene: “Perché non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati. Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono. Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo” (Rm 2, 13-16).

Aver riconosciuto di aver disobbedito ad un comandamento di Dio implica sempre e necessariamente l’interrogarmi sulle ragioni della mia obbedienza a Lui, e perciò delle ragioni del bene e del male, ed in ultima analisi, in quale Dio credo, se in quello rivelatomi da Gesù Cristo, o in quel vitello d’oro che mi sono costruito come il popolo d’Israele nel deserto (cf Es 32, 4-5). Questo significa che sono chiamato a rivedere il mio concetto di amore, che spesso e volentieri è tutto, tranne che il vero amore, perché l’amore guarda prima di tutto al bene dell’altro, cerca di realizzarlo, e non al mero soddisfacimento dei propri desideri. Questo alla luce di quanto il Signore mi ricorda riguardo la sua relazione di amore con il Padre: “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv 14, 31). Quindi si cambia la prospettiva in modo radicale e riscopro le ragioni ultime dell’obbedienza alla legge di Dio: essa è un valore (= bene) per me! Allora inizio ad intuire la profonda differenza tra sentirmi obbligato e sentirmi costretto ad obbedire (interessante l’etimologia: composto dal prefisso ob-[dinnanzi] con il verbo audere [ascoltare], cioè letteralmente ascoltare chi sta dinnanzi, in altri termini, prestare ascolto) alla legge che Dio mi ha data creandomi. Ci si sente obbligati a fare od a non fare qualcosa in riferimento sempre ad un valore, a ciò che percepisco come un bene per me (la cui mancata realizzazione, come ho spiegato in una riflessione precedente, è sentita come mero ‘senso di colpa’), mentre mi sento costretto a fare od a non fare una determinata cosa quando ho timore, quando agisco per paura di qualcuno o di qualcosa, quindi con un comportamento servile che cessa nel momento in cui non sento più la costrizione.

           Cercherò di presentare in modo sintetico questo aspetto dell’esame di coscienza, ma allo stesso tempo vi invito anche e soprattutto, a rivedere le riflessioni precedenti in vista della confessione individuale che sarà possibile fare dalla prossima domenica presso la Cappella Palatina, ma anche, ovviamente, prima o dopo secondo le vostre possibilità. L’impegno per fare una buona e quindi onesta confessione, sarà il segno che ci siamo accorti finalmente dell’amore di Dio per noi, e così facendo l’accogliamo come si merita, che abbiamo preso coscienza della nostra dignità, come il ‘figliol prodigo’ (cf Lc 15, 11-24) ed il ‘buon ladrone’ (cf Lc 23, 40-43). Riconoscendo i nostri peccati, chiamandoli per nome, pentendoci e desiderando sinceramente di non commetterli in avvenire con l’aiuto della grazia di Dio ed in ogni caso impegnandoci a fare sempre e comunque il bene che è nelle nostre possibilità. Se riusciremo almeno ad iniziare un cammino di questo genere, allora, forse, quello che abbiamo e stiamo vivendo non sarà stato inutile. Non saranno state inutili le privazioni del nostro incontrarci individualmente e comunitariamente, sacramentalmente, con il Dio Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, comunione ed amore per essenza, che ci vuole partecipi di una tale comunione mistica di amore. Questo perché la verità più importante della vita è l’amore che si apre e ricerca la comunione, mentre l’egoismo chiude le persone, come il rancore e l’invidia le rendono impermeabili in se stessi o, peggio ancora, indifferenti.

Ricordo, alla fine di questa introduzione, che la confessione sacramentale individuale è richiesta per ricevere il perdono dei peccati che in questi mesi molti hanno chiesto a Dio con l’atto di contrizione perfetto. “Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è ‘il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire’. Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta ‘perfetta’ (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale” (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1451-1452).

Alla scoperta delle ragioni del bene e del giusto

            Quante volte abbiamo ascoltato commenti del genere: “Come è possibile essere così disonesti, calunniatori, traditori, falsi …, e va pure in chiesa a battersi il petto!” oppure “Predica bene e razzola male: dice in pubblico di tenere un certo comportamento e poi lui fa l’opposto!” (cf Mt 23, 1-3). Forse l’abbiamo addirittura ‘qualche volta’ pensato di più di qualcuno che conosciamo o forse pensiamo solo di conoscere …, come del resto gli altri nei nostri confronti: convinti di sapere tutto di noi, quando sappiamo che alla fine tutti sappiamo veramente poco, troppo poco. Questo scontrarci con l’altrui e personale ‘incoerenza’ tra la vita e la fede, tra le non poche conseguenze, porta anche quella di una sorta di ‘autogiustificazione’ a non perseverare nel perseguire il bene vedendo ciò che riteniamo l’ipocrisia altrui. Queste esperienze mi devono, invece, insegnare, qualcosa di più, mi devono far prendere atto della mia immaturità che mi rende incapace di comprendere e di agire come dovrei, e spingermi a crescere e diventare adulto come persona e nella fede. San Paolo ce lo ricorda senza mezzi termini: “Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?” (1 Cor 3, 1-3). Se di fronte al comportamento sbagliato, ad un cattivo esempio di un credente mi sento spinto o quasi autorizzato a fare lo stesso, a seguirlo, significa che non ho capito proprio niente. Avrò la prova inconfutabile che stavo agendo per il mio orgoglio o per farmi accettare dagli altri, ma non per confidenza in Dio o perché credevo che quella era la cosa giusta da fare, dimenticando che: “Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, …” (Col 3, 23). Iniziando così a vaneggiare nei propri ragionamenti fino ad ottenebrare la mente e magari cercando e circondandoci di quanti possono confermarci in tutto ciò (cf Rm, 1, 21; 2 Tim 4, 3).

           Per essere più chiaro, mi permetto di condividere una mia esperienza accademica presso la LUMSA di Roma, dove per dodici anni ho insegnato Teologia Morale, soprattutto nelle facoltà giuridiche. Insegnare a dei giovani (grosso modo, tra i ventidue-ventiquattro anni, in una Università cattolica che accoglie tutti), il senso dell’agire umano alla luce, tra gli altri, dei dieci Comandamenti, non è proprio una passeggiata in quanto a quella età (ma direi guardandomi intorno ieri, come oggi, sempre e dovunque, a qualsiasi età…), il solo sentire parlare di regole e norme morali equivale ad evocare una lista di ‘non fare’, ‘non toccare’, ‘non vedere’, alla fine un vero e proprio ‘non vivere’ per una ragazza/o di quella età, quando ‘libertà’ significa solo, o di fatto ridotta, a fare solo ciò che voglio (anche se dopo qualcuno deve [nel senso che si pretende come dovuto ] sempre pagare, in tutti i sensi: primi tra tutti, ovviamente, i genitori e chi ci vuole più bene!). A questi ragazzi ho sempre cercato di ricordare che la vera libertà è quella morale, che consiste nello scegliere il vero bene e non si limita a fare ciò che si vuole o che attira (= di scegliere), cosa che il più delle volte provoca dipendenza e quindi la negazione stessa della libertà (cf 2 Pt 2, 19). Che è vero che possiamo fare tante cose, ma è anche vero che: “’Tutto è lecito!’ Ma non tutto è utile! ‘Tutto è lecito!’. Ma non tutto edifica (1Cor 10, 23). Li ho sempre sfidati a comprendere le ragioni di quel bene che un Comandamento ci ricordava, al di là di chi lo insegnava, dove e per quale ragione. Ogni anno ho fatto loro al riguardo un semplice esempio, più o meno in questi termini: “Oggi abbiamo visto il settimo comandamento, le sue giustificazioni a livello personale e comunitario, la sua necessità e doverosità e non solo la sua opportunità. Le spiegazioni che vi ho dato le avete accolte e condivise in quanto logiche e razionali e mi avete ringraziato per questo. Però se dopo questa ‘bella e convincente’ lezione io venissi arrestato per avere rubato in una banca, quale sarebbe la vostra reazione? Se da questo mio comportamento vi sentirete autorizzati a rubare, allora questo significa che non avete capito niente! Perché se non avete capito che il rispettare ciò che appartiene all’altro è un valore in sé, a prescindere dal professore che l’insegnava e non l’attuava, veramente non avete capito niente riguardo a ciò che veramente conta nel rispettarci e nel rispettare gli altri. L’unica cosa che dovreste fare è pregare per colui che alla fine non è altro che un ‘poveraccio’, nel senso proprio del termine”.

           Il Vangelo di questa VI domenica di Pasqua ci riporta anche la promessa di Cristo: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (Gv 14, 16-18). Su una tale promessa, nella fede si fonda la mia speranza di poter accogliere la legge di Dio e tradurla in comportamenti quotidiani. In una ‘ferialità’ di un bene continuamente voluto, che non fa rumore attraverso atti straordinari ed isolati che provocano solo un rumore che non porta alcun bene, ma esprime ciò che deve contraddistinguere la comunità dei cattolici, come comunità segnata dalla legge dell’amore. “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. […] La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (At 2, 44-48; 4, 32). D’altra parte san Paolo ci richiama a prendere le distanze da tutti e da tutto quanto non ci permette di riconoscere ciò che è vero, buono giusto e perseguirlo decisamente, mancando così di realizzare quella comunione con gli altri che può essere solo il frutto della mia personale conversione: “Mi raccomando poi, fratelli, di ben guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro la dottrina che avete appreso: tenetevi lontani da loro” (Rm 16,17). Questo perché: “In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4, 8), e si possa dire con meraviglia ed ammirazione di noi come dei primi cristiani: “Guardate come si amano!” (Tertulliano, Apologia, n. 39). Questa è la storia delle prime comunità cristiane che non può rimanere o sentita tale, ma deve diventare cronaca delle nostre diverse comunità ecclesiali, in quanto fa parte della nostra identità, nonostante i peccati e le fragilità dei singoli. Anzi, se questi sono riconosciuti come tali diventano occasione di conversione sempre più matura, come ci ricordano i Padri del deserto: “Uno degli anziani era solito dire: All’inizio, quando ci trovavamo, eravamo soliti parlare di qualcosa di buono per le nostre anime. Continuando così siamo saliti fino al cielo. Ma adesso quando ci troviamo passiamo il tempo a criticare tutto e ci trasciniamo l’un l’altro nell’abisso” (Apoftegmi – Detti dei Padri). Al riguardo sant’Agostino ci ammonisce: “Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l’orecchio di Dio è vicino al tuo cuore. Le nostre orecchie sentono le nostre voci, le orecchie di Dio si aprono ai nostri pensieri” (Commento al Sal. 148, 1-2).

Chiediamo al Signore di fare un buon esame di coscienza e scoprire le ragioni del nostro impegno per il bene, non per paura del giudizio di Dio, ma prima di tutto per non giudicarci noi come persone che hanno perso tanto della loro vita ogni volta che non hanno amato, scoprendo troppo tardi che contrariamente a quanto scriveva J. P: Sartre, l’inferno non sono gli altri, ma si dà ogni volta che non amiamo (“l’enfer, c’est les autres”, in Huis clos [A porte chiuse] opera teatrale scritta nel 1944). Concludo proponendo alcuni passi della Sacra Scrittura che spero possano essere d’aiuto per incontrare il Dio misericordioso di Gesù che non vuole la morte del peccatore, ma solo e sempre che si converta e viva (cf Ez 33, 11).

Salmo 36: i destini del giusto e dell’empio.

“La loro parzialità verso le persone li condanna ed essi ostentano il peccato come Sòdoma: non lo nascondono neppure; disgraziati! Si preparano il male da se stessi (Is 3, 9).

“… divorano le case delle vedove, e in apparenza fanno lunghe preghiere. Essi riceveranno una condanna più severa” (Lc 20, 47).

“… quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna“ (Gv 5, 29).

“Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno” (Gv 12, 48).

“Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti” (At 17, 30b-31).

“Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità. Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile. Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera (Ef 4, 15-24).

1 Gv 2.

“Chi è ingiusto continui a praticare l’ingiustizia; chi è impuro continui a essere impuro; e chi è giusto continui a praticare la giustizia, e chi è santo si santifichi ancora. ‘Ecco, sto per venire e con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati quelli che lavano le loro vesti per aver diritto all’albero della vita e per entrare per le porte della città! Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna. Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per attestarvi queste cose in seno alle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino’. Lo Spirito e la sposa dicono: ‘Vieni’. E chi ode, dica: ‘Vieni’. Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda in dono dell’acqua della vita. Io lo dichiaro a chiunque ode le parole della profezia di questo libro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali i flagelli descritti in questo libro; se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dell’albero della vita e della santa città che sono descritti in questo libro. Colui che attesta queste cose, dice: ‘Sì, vengo presto!’. Amen! Vieni, Signore Gesù! (Ap 22, 11-20).

Comunicazione importante

            Tempi e modalità per l’ascolto delle confessioni individuali presso la Cappella Palatina da domenica 24 maggio in poi, saranno comunicate quanto prima possibile dai diretti responsabili.

Roma, Angelicum, 16 maggio 2020

P. Bruno, O. P.