“Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sl 89, 12)

Una Orden nacida en la cantina de una hostería: los Dominicos
1 Maggio 2020
Chi è più furbo?
9 Maggio 2020

“Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sl 89, 12)

Fra' Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto (Roma, 9 dicembre 1944 – Roma, 29 aprile 2020). Religioso, 80º Principe e Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta dal 2 maggio 2018 al 29 aprile 2020

Introduzione

            In quest’ultimo, speriamo, spunto di riflessione per l’esame di coscienza per la celebrazione Eucaristica (IV domenica di Pasqua) per il Gran Priorato dell’Ordine di Malta, non è possibile non ricordare prima di tutto fra Giacomo, 80° Principe e Sovrano Gran Maestro dell’Ordine di Malta, ritornato nelle braccia di quel Dio, al quale ha donato la vita come religioso, lo scorso 29 aprile, Festa di Santa Caterina da Siena. Stesso giorno in cui nel 2017 venne eletto Luogotenente dell’Ordine.

            Dopo questo personale ricordo, alla luce della scomparsa del Gran Maestro e continuando la riflessione precedente sulla vita come dono di Dio che non può essere sprecato, proporrò qualche indicazione per l’esame di coscienza in questa celebrazione eucaristica dove la liturgia della Parola ci ricorda Cristo Buon Pastore, Signore della vita che ha premura per la vita di ciascuno di noi. In modo particolare come procedere nell’individuazione di quello che potremmo indicare come il peccato ‘dominante’.

In memoriam

           Non pochi anni fa, conobbi fra Giacomo, durante il suo servizio di Priore del Gran Priorato di Roma, e non so ancora il perché mi chiese, poco dopo, se ero disponibile ad ascoltare le confessioni ogni domenica, durante la Santa Messa Conventuale delle 11.00 presso la Cappella Palatina di p.za del Grillo. Accettai anche per la conoscenza che avevo del fratello, il prof. Giuseppe Dalla Torre, e di altri comuni conoscenti dell’Ordine di Malta. Dopo alcuni anni mi arrivò la proposta di entrare nell’Ordine come Cappellano. Scoprii che l’iniziativa era partita da lui e fu lui infatti a presiedere la cerimonia per l’investitura. Ho sempre avuto con lui un rapporto di confidenza e reciproca stima che continuò, anche se molto più sporadicamente, dopo la sua elezione a Gran Maestro. Al riguardo mi permetto di condividere un ricordo personale, che secondo me, senza spiegazioni e commenti, manifesta la personalità di fra Giacomo. Poco dopo la sua elezione lo incontrai alla Stazione Tiburtina, un giovedì, dove stava servendo i ‘signori poveri’. Spontaneamente mi rivolsi a lui con il titolo che gli spettava di ‘Altezza’ ed entrambi ci abbracciammo. Qualcuno che l’accompagnava fece capire con lo sguardo che non era ‘opportuno’ questo tipo di saluto. Alla fine del servizio fra Giacomo mi venne a cercare da solo, e quasi scusandomi mi disse: “P. Bruno, io ero e rimango fra Giacomo: per favore prega per me!”. Questo era fra Giacomo: un religioso umile che si è sentito sempre ‘al servizio’ dell’Ordine di Malta e della Chiesa e mai si è ‘servito’ di loro.

Continuo a pregare, continuiamo a pregare per lui! Anche se non sarà più presente fisicamente in mezzo a noi, egli è vivo perché, come ci ricorda la liturgia, nella fede sappiamo che con la morte “… la vita non è tolta, ma è trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo” (Prefazio dei defunti I).

Per recuperare continuamente il dono della vita non lasciandoci vincere dal peccato (cf Rm 12, 21)

            La morte di fra Giacomo, la sua grande umiltà e senso di fede, mi ha fatto ritornare alla mente la toccante scena del funerale di Rodolfo d’Asburgo nel film Il destino di un principe, diretto da Robert Dornhelm nel 2006. Il ciambellano, con molta decisione, bussava quindi alla porta dietro cui si trovava il Guardiano dei cappuccini, il quale chiedeva in latino: “Chi è?“. Il ciambellano, con voce ferma e imperiosa, rispondeva elencando la lunga serie di titoli che spettavano di diritto al defunto Asburgo. Al termine dell’elenco, il Guardiano replicava risoluto ignosco! (noi non lo conosciamo). Il ciambellano bussava una seconda volta, e alla domanda del Guardiano annunciava la presenza di “Sua Maestà Imperiale”. Nuovamente il frate rispondeva ignosco! Dopo una breve pausa il ciambellano bussava ancora, questa volta lievemente. Il Guardiano chiedeva per la terza volta: “Chi è?”.Risposta:“Un peccatore, nostro fratello”. Al che il Guardiano apriva la porta e consentiva alle spoglie mortali dell’Imperatore di accedere alla sua ultima dimora eterna.

            Al di là della sua veridicità storica, quanto riportato ci offre l’occasione per riflettere sul nostro essere peccatori, cioè persone che mancando l’obiettivo, come abbiamo visto (cf http://www.padrebruno.com/riscoprire-e-riprendersi-il-dono-della-vita/; http://www.padrebruno.com/senso-di-colpa-o-senso-del-peccato-esame-di-coscienza-o-dincoscienza/), sprecano il dono della vita. Infatti, il prendere atto che siamo peccatori è possibile solo se prima conosciamo e facciamo l’esperienza dell’amore di Dio (cf 1 Gv 4). Ci ricorda sant’Agostino: “Non c’è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l’oggetto del nostro amore. Ma che cosa sceglieremo, se prima non veniamo scelti? Poiché non amiamo, se prima non siamo amati. Ascoltate l’apostolo Giovanni: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo (cf 1 Gv 4, 10). Cerca per l’uomo il motivo per cui debba amare Dio e non troverai che questo: perché Dio per primo lo ha amato. Colui che noi abbiamo amato, ha dato già se stesso per noi, ha dato ciò per cui potessimo amarlo” (Disc. 34, 1-3. 5-6; CCL 41, 424-426). D’altra parte, la redenzione arriva solamente quando si è preso coscienza di aver fatto il male, ed è questo che oggi facciamo fatica a riconoscere ed a qualificare. Arrivando addirittura a chiamare il male bene o comunque cercando sempre di giustificarci, magari dando la colpa sempre all’altro, alla società, allo Stato, alla Chiesa. Di fatto, niente di nuovo sotto il sole: Adamo, incolpò Eva e questa il serpente (cf Gn 3, 12-13).

Una vera e propria follia, un vero e proprio delirio che ci allontana da Dio e ci pone in conflitto tra noi: per chi e per cosa? Al riguardo vi propongo di riflettere sul seguente brano di Guareschi, che mi sembra illustri icasticamente, detta situazione. “Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: ‘Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?’ ‘Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?’. ‘No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi? Il Cristo sorrise: ‘Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura” (G. Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo, vol. II, Milano 2008, pp. 3114-3115).

            Salvare il seme della fede, significa in concreto, anche libertà dal peccato che la rende algida, inoperante e quindi insignificante. Abbiamo visto quali sono i peccati contro Dio ed in relazione con noi stessi ed il prossimo, ma come dobbiamo comportarci per non diventare schiavi del peccato in nome di una falsa realizzazione di libertà? (cf 2 Pietro 2, 19). I Padri spirituali consigliano sempre di non disperdersi in questo cammino di conversione, ma di individuare onestamente quale peccato, in questo momento mi allontana dalla mia vera felicità che si realizza solo ed esclusivamente nella misura in cui sono unito a Dio. “Un fratello interrogò un anziano: ‘Che fare? Una moltitudine di pensieri mi fa guerra e non so come resistere’. Disse l’anziano: ‘Non lottare mai contro tutti, ma contro uno solo. Poiché tutti i pensieri degli uomini hanno una testa sola. Bisogna dunque esaminare quale sia realmente quell’unico pensiero e quale la sua natura, poi lottare contro di esso. Allora tutti gli altri pensieri perderanno la loro forza’” (Apoftegmi – Detti dei Padri).

            Allora, in questo esame di coscienza, domandiamoci onestamente qual è, in questo momento della mia vita, il peccato che mi domina, mi fa schiavo e non mi permette di vivere nella libertà di figlio di Dio. Riconosciamolo come tale, chiediamo perdono, e con la grazia di Dio, prendiamo l’impegno a non commetterlo nell’avvenire. Non impegnando le nostre forze, la nostra volontà nel reprimerci, ma prima di tutto nello scoprire che il commetterlo è contro Dio, contro di me, contro i miei fratelli. Che commetterlo significa di fatto sprecare la mia esistenza, per qualcosa di cui sono da sempre cosciente, non disseterà mai il mio bisogno di amore e di amare e che, invece, l’impegno deve essere a non lasciarmi vincere dal male, vincendo con il bene il male (cf Rm 12, 21). Solo così impareremo a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore (cf Sl 89, 12).

Buon esame di coscienza e santa domenica del Buon Pastore, il Mediatore che manifesta il donarsi di Dio a noi, Colui che ci raggiunge, ci illumina con la fede, ci trasforma con la grazia, ci guida con la sua parola, i suoi sacramenti e la sua autorità.

Roma, Angelicum, 2 maggio 2020

P. Bruno, O. P.