La Chiesa in missione (“in uscita”), che annunciando il Vangelo parla all’uomo di tutti i tempi

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La Chiesa in missione (“in uscita”), che annunciando il Vangelo parla all’uomo di tutti i tempi

Il territorio, nell'attuale Ungheria, abitato dalla tribù dei Cumani che San Domenico desiderava evangelizzare

San Domenico di Guzman (1170-1221), ha sempre avuto il desiderio, che per tutta la sua vita ha conservato come un tesoro prezioso e l’ha caratterizzata, di evangelizzare le tribù dei Cumani, che vivevano in quella che è oggi l’attuale Ungheria. La ragione era semplice: ai suoi occhi erano coloro che in quel momento erano i più ‘lontani’ dalla salvezza, e quindi i più bisognosi. Tuttavia, come sappiamo, Dio aveva altri progetti e Domenico trovò i suoi ‘Cumani’ più vicini di quanto pensasse, prendendo coscienza che essere missionari non consisteva nella distanza geografica, ma nell’evangelizzare prima di tutto quella terra così arida che è spesso la propria vita e quella delle persone più vicine. Fu proprio a queste persone, dopo avere maturato egli stesso nella fede, che annunciò con la predicazione della Parola di Dio (non degli uomini: cf 1 Tess 2, 13), l’insegnamento della Verità e con la testimonianza, che il Dio di Gesù Cristo: “… è lo stesso ieri, oggi e sempre!” (Eb 13, 8), e anche il solo che è via, verità e vita (cf Gv 14, 6) per ognuna di loro. Dalla sua esperienza personale delle conseguenze negative , ed a volte devastanti, di chi era ormai divenuto dipendente dall’inganno, dalla falsità e dall’ingiustizia, che portano alla morte spirituale e come conseguenza alla divisione ed al conflitto con i propri simili, ed addirittura con gli stessi fratelli di fede, fondò l’Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani), con il carisma proprio di essere annunciatori e testimoni credenti e credibili, della forza liberante della Verità che è Cristo. Nel corso di più di otto secoli tanti uomini e donne hanno creduto e vissuto questo carisma e fanno parte di quella ‘folla’ di beati e santi (per qualcuno solo dei ‘folli’) che vanno dal san Pietro Martire e san Tommaso a santa Caterina da Siena e santa Rosa da Lima, fino ad arrivare , tra gli altri, al b. P. Giuseppe Girotti, morto nel campo di concentramento di Dachau (1°-IV-1945). Uomini e donne che in tempi e situazioni così diverse, hanno cercato di realizzare, con la caratteristica del proprio carisma, quel programma di vita tratteggiato nella 1 Pt: “Dopo aver santificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità, per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna.” (1, 22-23). Quindi, non proclamatori di idee astratte o dottrine senza un’anima, ma di quella buona notizia che ogni uomo spera di ricevere nella sua vita: sapere di essere amato così com’è da un Padre, che proprio perché tale vuole il meglio per il proprio figlio e non accetta di lasciarlo nella situazione, spesso e volentieri di aridità o addirittura miserabile, in cui si trova, e fa sempre festa quando questo avviene (v. parabola del Padre misericordioso, meglio nota come del ‘figliol prodigo’: cf Lc 15, 11-24).

Alcuni anni fa, durante una catechesi, nel corso di un’udienza generale, Papa Francesco ha riassunto in poche parole la natura missionaria della Chiesa cattolica: “Se la Chiesa è nata cattolica, vuol dire che è nata ‘in uscita’, che è nata missionaria. Se gli Apostoli fossero rimasti lì nel cenacolo, senza uscire a portare il Vangelo, la Chiesa sarebbe soltanto la Chiesa di quel popolo, di quella città, di quel cenacolo. Ma tutti sono usciti per il mondo, dal momento della nascita della Chiesa, dal momento che è disceso su di loro lo Spirito Santo. E per questo la Chiesa è nata ‘in uscita’, cioè missionaria” (mercoledì 17 settembre 2014). Questa Chiesa missionaria, continuava il Santo Padre, è apostolica in quanto la fede che annuncia è ancorata agli Apostoli di Cristo che ce l’hanno trasmessa senza aggiungere o togliere nulla. Grazie al loro annuncio autentico che la Parola di Dio è arrivata fino a noi, per continuare la sua opera oggi (cf Col 1, 1-8). Quindi solo se nella sua missione la Chiesa sarà fedele trasmettitrice ed amministratrice di quanto ha ricevuto da Cristo, realizzerà il suo mandato di annunciare la parola liberante del Vangelo, quella Parola così diversa dalle altre tante parole che spesso ci sono scaraventate addosso con la forza di un uragano, ma che non fanno presa, anche se spesse volte hanno effetti devastanti su di noi, lasciando cicatrici che ci segneranno per la vita. Invece, la Parola parla a tutto l’uomo in quanto viene da chi l’ha creato per amore e vuole il suo bene, dando senso a quello che è ed a quello che fa e perché lo fa, che dà ragione delle gioie e delle sofferenze che costellano il cammino terreno di ognuno.

Questo è il punto: la Chiesa sarà veramente missionaria se non cederà alla tentazione di annunciare ciò che alla fine risulterà essere un ‘surrogato’ del Vangelo, in quanto annuncerà ciò che ‘il mondo’ vuole sentirsi dire, che giustifica per buonismo ciò che non è altro che menzogna ed iniquità e quindi contro il vero bene e la dignità della persona, e come sappiamo un medico pietoso rende la piaga cancrenosa! Al riguardo rimane di straordinaria attualità il monito dell’autore della Lettera agli Ebrei: “Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine” (13, 9a).  Quindi la Chiesa sarà veramente missionaria nella misura in cui ogni battezzato sarà un vero e proprio ‘Cristoforo’: un portatore di Cristo e della sua Parola, non delle proprie parole e dei propri progetti puntualmente miopi ed effimeri. Quando il battezzato cederà alla tentazione di annunciare alla fine nient’altro che se stesso, non sarà ‘né in uscita e né in entrata’, non sarà niente di cui preoccuparsi, perché risulterà irrilevante ed inutile: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5, 13).

D’altra parte lo stesso Signore ci ha messo in guardia dai passeggeri e volubili entusiasmi dei quali potranno essere oggetto i suoi ‘missionari’: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6, 26). Ciò accade ogni qualvolta in nome di uno pseudo ‘adattamento’ si scade di fatto nel compromesso che falsifica tutto e tutti ed inganna annunciatori e destinatari (cf Ger 29, 8-9; Mt 7, 15; 24, 11; 24, 24; Mc 13, 22; 2 Pt 2, 1; 1 Gv 4, 1; 4-6). Il cammino di fede è contrassegnato dall’essere un continuo combattimento tra il bene ed il male e da questa realtà non si può prescindere e tentare di evadere (cf Gal 5, 16-17; 1 Pt 2, 11). Scriveva sapientemente il Card. Biffi: “… se si desidera parlare efficacemente all’uomo, e non all’effimero involucro che lo racchiude, bisogna parlare all’uomo in quanto uomo; e dunque, se si vuol raggiungere l’uomo di oggi, ci si deve indirizzare all’uomo di sempre. I discorsi fatti programmaticamente agli ‘uomini del nostro tempo’, proprio in quanto sono ‘del nostro tempo’, non oltrepassano la buccia e non toccano la sostanza vera dell’uomo” (La bella, la bestia e il cavaliere. Saggio di teologia inattuale). Per fede sappiamo che l’unica Parola che parla veramente al cuore dell’uomo è solo quella di Dio. Inoltre, Biffi notando come di alcuni avvenimenti storici che, non si sa il come ed il perché, sembravano essere sfuggiti per il loro significato all’attenzione dei più, commentava: “In questi decenni abbiamo visto – nel breve spazio della vita di un uomo – tramontare o trasformarsi radicalmente istituzioni, situazioni, convenzioni sociali, che parevano eterne. Abbiamo conosciuto personaggi che sono stati esaltati come fossero dèi e si sono presentati come artefici di giustizia e benefattori dell’umanità, e che nel giro di pochi anni sono stati gettati nel disprezzo. Abbiamo fatto esperienza di ideologie e sistemi sociali che volevano presentarsi come la soluzione di tutti i problemi e il rimedio di tutti i mali, ma che poi hanno rilevato la loro natura menzognera e sono irrimediabilmente decaduti, o stanno irrimediabilmente decadendo. […] Soltanto le sue [di Cristo] promesse fondano in ogni epoca le sole speranze che non deludono” (Stilli come rugiada il mio dire).

Nel vangelo di san Giovanni, di fronte all’affermazione di Cristo che le sue parole erano ‘spirito’ e ‘vita’ (dando quindi delle regole, con buona pace di qualcuno …), molti dei suoi discepoli se ne andarono. Il bello è che il Signore non tentò minimamente di trattenerli, ma anzi chiese proprio ai Dodici che erano vicino a lui, se volessero andarsene anche loro. Tutti conosciamo la risposta che solo grazie alla fede Pietro ha dato e che ci fa vibrare quando la leggiamo intuendone la profonda verità: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68). Commentando questo versetto san Bernardo scriveva: “Così vi dico, fratelli: Fino ad oggi ci sono persone per le quali è chiaro che le parole di Gesù sono spirito e vita e perciò lo seguono. Ad altri invece paiono dure e cercano altrove ben magre consolazioni. La Sapienza fa sentire la sua voce sulle piazze, vale a dire ammonisce quelli che camminano per la via larga e spaziosa che conduce alla morte, per richiamare indietro quanti vi camminano. […] Anche noi dunque, fratelli, stiamo al nostro posto di guardia, perché è tempo di combattimento. Rientriamo in noi stessi, esaminiamo il nostro cuore, dove abita Cristo, comportiamoci con saggezza e giudizio. Però la nostra fiducia non risiede in noi stessi. Poggerebbe infatti su un fondamento troppo debole” (Disc. 5). Anche noi, come quei discepoli di Cristo, molto spesso siamo tentati di scoraggiamento o addirittura di pensare di ‘gettare la spugna’, di fronte le esigenze del Vangelo che sentiamo troppo difficili per noi e di fronte alle quali ci sentiamo inadeguati. Cadendo così nell’equivoco, perché: seguire il Vangelo non è facile o difficile, è semplicemente impossibile alle nostre sole forze umane! Dimenticando però che: “… Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio” (Lc 18, 27). Al riguardo mi ritorna in mente una scena del film Preferisco il paradiso, dove Pierotto chiede a san Filippo Neri (anche lui, che voleva partire per le Indie, le trovò nella ‘cattolica’ Roma dei sui tempi …): “Perché è così difficile seguire il Vangelo?”. Ed il santo risponde in modo disarmante: “Perché è semplice!”.

Anche in questa riflessione, come spero molti di voi staranno pensando, non ho detto nulla di nuovo ed è questo che mi sono proposto, in un momento storico in cui abbiamo tutti questa smania di novità, dimenticandoci che questa non è sempre garanzia di autenticità e soprattutto di vero bene e quindi di vera felicità. Non accorgendoci che abbiamo un patrimonio che rischiamo di dilapidare per seguire miraggi che prima o dopo si riveleranno per quelli che sono: mere illusioni che lasceranno nella tristezza se non nella disperazione. Scriveva come sempre argutamente G. K. Chesterton: “E perciò ritorniamo alla verità fondamentale, cioè che ciò che di giusto c’è nel mondo non ha nulla a che vedere con i cambiamenti futuri, ma è radicato nelle realtà originarie. […] Questa è la grande verità nello straordinario racconto della Creazione, una verità che la nostra gente deve sforzarsi di ricordare o morirà. Le cose sono buone al principio, e non (come dicono i progressisti più smorti) solo alla fine. Le cose primordiali – l’esistenza, l’energia, il godimento – sono buone vita natural durante. Non esiste una vita cattiva, sebbene notoriamente esistano dei cattivi essere viventi” (Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Concludo proponendo, o riproponendo per qualcuno, alla vostra meditazione, un passo classico della spiritualità cattolica, con la mia preghiera e la speranza che ciascuno di noi possa essere “… di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi (Gc 1, 22). Essere testimoni in mezzo ai fratelli, vicini e lontani, che se c’è veramente qualcuno che ci ama e vuole il nostro bene, questi è il Dio di Gesù Cristo e nessun altro, nella consapevolezza di essere in questa testimonianza nient’altro che strumenti inutili, ma preziosi, della tenerezza di Dio (cf Lc 17, 10) .

“Io, dice il Signore, ho illuminato i profeti sin dall’inizio, e anche ora non cesso di parlare a tutti. Molti però alla mia voce stanno duri e sordi. Ascoltano più volentieri il mondo che non Dio. Seguono più facilmente il desiderio della carne che non il piacere di Dio. Il mondo promette cose temporali, meschine e lo si serve con grande fervore. Io prometto le cose più alte, le cose eterne e i cuori degli uomini stanno lì intorpiditi. Chi serve me con tanta cura, chi obbedisce a me in tutto, come si serve al mondo e ai suoi padroni? Arrossisci dunque, servo pigro e querulo, al vedere che si trovano più pronti loro alla perdizione che non tu alla vita. Godono più loro della vanità, che non tu della verità. Di fatto, spesso la loro speranza li inganna; ma la promessa mia non inganna nessuno, né rimanda a mani vuote chi in me confida” (Imitazione di Cristo).

Nel giorno in cui la Chiesa universale ricorda la Natività della Vergine Maria, la prima ‘missionaria’ del Verbo di Dio, affidiamoci alla Sua materna intercessione, affinché anche noi possiamo custodire sul suo esempio, come un tesoro prezioso, da preservare e difendere con amore,  il dono della fede che abbiamo ricevuto il giorno del nostro Battesimo, e trasmetterlo con la Sua sollecitudine agli altri attraverso la condivisione e la testimonianza nel quotidiano del nostro pellegrinaggio terreno (cf Lc 1, 39) .

San Paolo (Brasile), 8 settembre 2019

Festa della Natività della b. Vergine Maria

P. Bruno, O. P.