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3 Agosto 2019

Liceità- Legalità

“Lex est quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui curam communitatis habet promulgata” (S. Thomae,Summa Theologica, I-II, q. 90, a. 4) [La legge è un ordinamento di ragione volto al bene comune, promulgata da chi abbia la cura della comunità].

“Imperare autem est quidem essentialiter actus rationis; imperans enim ordinat eum cui imperat” (S. Thomae, Summa Theologica, I-II, q. 17, a.1) [Il governare è essenzialmente un atto della ragione; chi governa infatti ordina i soggetti a cui comanda].

“Iustitia sine misericordia crudelitas est, misericordia sine iustitia, mater est dissolutionis. Et ideo oportet quod utrumque coniungatur” (S. Thomae, In Math., V, Lect. II, 429) [La giustizia senza la misericordia è crudeltà, la misericordia senza la giustizia è la madre della dissoluzione].

La confusione circa l’uso di questi termini ai giorni nostri è sommo (fino quasi a darsi un vero e proprio bovarismo giuridico), come anche il significato di altri termini in stretta relazione con questi, come diritto, giustizia, iniquità, arbitrarietà, ecc. Al riguardo occorre partire da due dati di fatto: 1°) la liceità ha una valenza morale e riguarda quindi il vero bene, di conseguenza interessa tutte le virtù morali, la legalità ha come ambito primario e proprio le azioni esterne e riguarda primariamente la virtù della giustizia (che è sempre atto secondo rispetto prima di tutto al diritto naturale grazie al quale riconosciamo il suum di ogni persona). Essendo la giustizia il dare a ciascuno il suo, ed è quindi oggettivamente un bene nei rapporti intersoggettivi, questo significa che sempre l’ambito giuridico deve avere un riferimento morale (la moralità del diritto); 2°) però la storia e l’esperienza c’insegnano che possono esserci delle ‘leggi ingiuste’ e che quindi possiamo avere comportamenti legalmente possibili, ma moralmente illeciti: ogni legge che per esempio non tutela l’innocente (come una legge per l’aborto o razziale). L’incapacità, o molte volte la volontà, di non riconoscere questo intimo e profondo legame tra diritto e morale, ha spesso come effetto il rifiuto del diritto e della sua funzione di ordinatore secondo giustizia della società. Una legge o è giusta, quindi moralmente fondata, o non è legge ed è piuttosto una sua corruzione, come ricorda san Tommaso (S. Th., I-II, q. 95, a. 2.Corruptio legis che è quasi sempre conseguenza della corruzione di chi promulga questo tipo di leggi! ). Invece, nel caso di una vera e propria legge, tutti, primi fra tutti coloro che esercitano l’autorità, devono a questa riferirsi, scoprendo quanto sia vero, contro l’arbitrio, il detto latino: sub lege, libertas. Solo una legge giusta ha la forza di ‘autoimporsi’, altrimenti, non avremo altro che leggi frutto delle diverse maggioranze di turno ovvero manifestazione dell’arbitrio di chi comanda. Però, non è l’autorità a fare la verità o la giustizia, ma sono queste che confermano come autentica l’autorità stessa nel suo servizio non di mero governo, ma di fruttuoso buon governo!

Non si dà alternativa: o tutti, indistintamente accettano la forza del diritto o l’alternativa sarà il diritto della forza (fisica, politica, economica, psicologica che sia). Lex est recta ratio imperans honesta, prohibens contraria (la legge è un giusto modo di pensare che comanda le cose oneste e vieta le contrarie). Un’ultima annotazione che riguarda coloro che si credono i furbetti di turno. Le leggi sono come le regole di un gioco: non si cambiano quando si gioca e soprattutto non sono il frutto del consenso della maggioranza, ma regole di verità e di giustizia senza le quali nessuna società potrà progredire pacificamente: “… opus iustitiae pax …” (Is 32, 17).