Perché è importante recuperare il significato delle parole che usiamo?

Necessario-Urgente
6 Agosto 2019
Autorità-Autorevolezza-Potere (Forza e Violenza)
24 Agosto 2019

Perché è importante recuperare il significato delle parole che usiamo?

Ante omnia explicatio terminorum!

*Il presente articolo raccoglie, con alcune aggiunte, le nove riflessioni pubblicate sul sito dell’autore (www.padrebruno.com) dal 28 luglio al 6 agosto 2019.

Premessa

            Già nel IV sec. a. C., Platone nel dialogo Teeteto rifletteva, in contrapposizione ai Sofisti, sul rapporto tra il vero ed il falso e quindi sulla necessità per l’uomo di riconoscere la recta ratio, ossia la relazione tra la parola e la cosa e quindi il significato proprio e vero delle parole.

            Anche meditando Gen 11, 1-9 (la confusione delle lingue a Babele), mi sono convinto che sia necessario ripensare la confusione di idee e di contenuti (confusione che porta alla divisione e la divisione rimane un segno incontestabile del lavoro di qualcuno … ), che sembrano connotare i nostri giorni, ed ho creduto opportuno proporre e condividere di seguito alcuni meri esempi come spunti di riflessione al riguardo, al fine di recuperare l’importanza dell’usare in modo proprio le parole, rispettando così il loro significato e quindi la verità delle cose. Scriveva acutamente G. K. Chesterton: “Questa è la gigantesca eresia moderna: modificare l’anima umana per adattarla alle condizioni, invece di modificare le condizioni per adattarle all’anima umana” (Cosa c’è di sbagliato nel mondo). Tutto questo in nome di una fraintesa libertà che da pellegrini su questa terra, che sanno dove stanno andando, ci fa veri e propri vagabondi che non sanno dove vanno. Infatti, si confonde la libertà con la garanzia di poter fare sempre quello che si desidera e per giunta con la pretesa che questo venga riconosciuto come vero e proprio diritto, non accorgendosi che non sempre ciò che è possibile all’uomo è per il suo bene, e che così facendo si finisce per essere, alla fine, dei poveri schiavi (cf 1 Cor 10, 23; 2 Pt 2, 19). Ci si inebria di una riduttiva libertà (come mero arbitrio) fino a perdere la coscienza di chi siamo! Rifiutando il suo essere creatura, l’uomo si condanna alla confusione, alla incomunicabilità ed a vivere in un perenne conflitto con se stesso e con i suoi simili. Se non accettiamo che abbiamo una natura dono di Dio con la sua oggettività, siamo condannati ad essere nient’altro che dei poveri vagabondi.

Ascoltando i consigli di alcuni ho deciso di non pubblicare il tutto in un unico testo, inevitabilmente troppo lungo da leggere, in modo particolare su un telefonino, ma in diverse pubblicazioni giornaliere, che seguiranno la presente. Perciò non invierò più il link, ma chi vorrà, da domani e per i prossimi nove giorni, potrà leggere le varie riflessioni, se lo desidera, accedendo liberamente a questo sito. Quindi nient’altro che un invito a riflettere con la propria testa, ma confrontandosi con la realtà e cercando la verità, evitando di rimanere prigionieri di un cieco soggettivismo che inesorabilmente, nutrendo uno sterile egocentrismo, ci fa ritrovare in una letale solitudine. Infatti, ci ammonisce san Tommaso: “La verità è forte in se stessa, e non può essere vinta da nessuna obiezione” (Summa contra Gentiles, 4, 10). Quindi, la verità non va mai imposta, semplicemente perché s’impone per se stessa! Purtroppo, però, spesso e volentieri l’uomo di oggi si difende dalla verità e non si rende conto che è la verità che lo difende, non s’interessa ad essa e preferisce sostenere la convinzione o l’interesse del proprio gruppo (spesso sentito come ‘branco’).

Le seguenti riflessioni sono state ispirate e sono proposte in riferimento a san Domenico di Guzman, l’uomo ed il santo della carità della verità e della verità della carità, che mai lasciò nella predicazione della Verità che è Cristo, l’abbraccio della carità (cf Ef 4, 15). Convinto che l’uomo non è contro Dio, ma spesso contro una falsa idea di Dio, docile allo Spirito Santo, fondò l’Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani), affinché con la testimonianza della loro vita e la profondità di uno studio sapienziale e non nozionistico, annunziassero ai fratelli quella Buona Novella alla luce della quale potessero cogliere il progetto d’amore di Dio e quindi il senso della loro vita. Un carisma di una attualità sconvolgente se si guarda alla confusione, a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti, che sta condannando l’uomo all’infelicità. Una predicazione (“… opportune et importune …” [2 Tim 4, 2]), nell’intenzione di san Domenico, sempre intesa come proposta e mai come imposizione, e questo nella fedeltà a Cristo che mai ha costretto qualcuno a seguire il vangelo: “Se vuoi …” (Mt 19, 21).

Bene-Male

“L’uomo ha salvato il suo bene, come Crusoe ha salvato i suoi beni: li ha salvati da un naufragio. Questo è ciò che ho pensato, anche se il momento non è incoraggiante per le mie idee. E, per tutto questo tempo, non avevo mai pensato alla teologia cristiana” (G. K. Chesterton, Ortodossia).

“Da studioso di storia non sono sorpreso dell’impudenza e del successo di qualche studente, ci sono studenti che rappresentano una sconfitta, ma il valore di un uomo non è determinato da un singolo fallimento né da un solitario successo. Questo me l’hanno insegnato gli altri studenti. Per quanto uno studente può inciampare, un insegnante è votato a sperare sempre che con lo studio si possa modificare il carattere di un ragazzo e, di conseguenza, il destino di un uomo. […] Grandi ambizioni e conquiste senza un contributo alla società sono privi di significato: quale sarà il vostro apporto? […] Nel motto del san Benedict leggiamo sopra lo stemma del vescovo: ‘Non Sibi’, cioè la saggezza che qui si acquisita deve essere usata per gli altri, oltre che per se stessi. Questo principio incarna la filosofia del san Benedict. Poi è scritto sotto lo stemma: ‘Finis origine pendet’, semplicemente: la fine dipende dall’inizio” (dal film Il club degli Imperatori [2002], del regista M. Hoffman basato sul soggetto di Ethan Andrew Canin).

Nella vita quotidiana questi due termini sono solo in apparenza chiari a tutti. Nell’attuale clima di soggettivismo etico e di conseguente relativismo, molti sono profondamente convinti che non esistono bene o male oggettivi, ma è male o bene ciò che ogni persona ‘sente’ come tali. Detto generico ‘sentire’, spesso e volentieri, è addirittura confuso con un ancora più confusa, se non distorta, idea di ‘coscienza’ per cui alla fine è l’uomo che decide ciò che è bene e ciò che è male. A ben vedere e rileggendo il libro della Genesi, niente di nuovo sotto il sole se questa è stata la tentazione dei nostri progenitori: ‘farsi Dio’! (cf Gn 3, 1-6).

Però, al di là di ogni tentazione, è importante riconoscere che bene e male sono prima di tutto realtà oggettive e la verifica è immediata se anche superficialmente guardiamo alla nostra vita fisica e morale: la salute è un bene e la malattia un male, dare la vita è un bene e toglierla è un male. Ma qui non intendo tanto soffermarmi su questo aspetto, ma su un altro che a mio sommesso avviso mostra in modo eloquente quanto di fatto ciò che è male, prende quasi il ‘sopravvento’ sul nostro modo di pensare e di agire quotidiano. Mi riferisco al fatto che, generalmente, siamo più colpiti dal negativo che dal positivo. Dimenticandoci di un dato oggettivo incontrovertibile, e cioè che il male, fisico o morale che sia, è sempre una privazione, una mancanza (bonum ex integra causa: malum ex quocumque defectu [Il bene risulta dalla totalità dei requisiti richiesti; la mancanza anche di uno solo basta a compromettere il tutto]). Purtroppo, invece, spesso e volentieri, siamo portati più a cogliere, ad evidenziare e sottolineare per primo ciò che manca (il male), ed a trascurare quel bene, quel positivo alla luce del quale, solamente, ha senso parlare di un male. Arrivando addirittura ad essere presi dalle ‘patologie’ e finire per dimenticare che esiste prima la ‘fisiologia’.  Da qui l’importanza ad educarsi a guardare prima al bene, a privilegiare e dare più importanza a ciò che è positivo (think positive, amano ripetere gli statunitensi!). Uno sguardo indirizzato in questa prospettiva all’esterno, inevitabilmente cambierà la nostra mentalità, il nostro approccio alla vita e la nostra stessa vita insieme con quella degli altri con i quali verremo in contatto.

La Parola di Dio c’invita costantemente e quasi ci sfida a recuperare la bellezza di una vita, dono di Dio e non auto-creazione dell’uomo, che sarà vissuta in pienezza solo con la fede nel Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me (cf Gal 2, 20), impegnata a vincere il male con il bene (cf Rm 12, 21), e nel cercare di riempire la nostra mente ed il nostro cuore di ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato (cf  Fil 4, 8-9). Un’ultima annotazione e sicuramente non di poca importanza, fare il bene o il male è importante ed ha le sue conseguenze davanti a Dio: “Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!” (Mt 13, 41-43).

Rispetto-Tolleranza

“Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati …” (Rm 3, 25).

“Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto” (Rm 13, 7).

“[La carità] … non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto …” (1 Cor 13, 5).

“Dai fumatori si può imparare la tolleranza. Mai un fumatore si è lamentato di un non fumatore” (Sandro Pertini).

Forse come mai prima, oggi tanti parlano dell’importanza di essere ‘tolleranti’ intendendo in realtà, si spera, ciò che non è altro che il dovuto rispetto. Si tollera il male e non il bene e perciò se si afferma che si è tolleranti si dà già un giudizio negativo su una determinata persona o sul quel comportamento. Invece, si ha il dovere di rispettare chi non ha lo stesso colore della nostra pelle, chi ha un’opinione diversa dalla nostra, e così via, che non sono quindi un male, ma sono solo persone diverse da noi o che la pensano diversamente da noi. Quindi, attenzione all’uso appropriato del termine ‘tolleranza’ o all’invito ad essere ‘tolleranti’, perché propriamente parlando, si sta giudicando una persona o una situazione in termini negativi. Inoltre, non dimentichiamoci che di fronte al male, siamo chiamati non solo a non sceglierlo, ma a contrastarlo, sempre e comunque, anzi, come ci ricorda san Paolo, a vincerlo con il bene (cf Rm 12, 21). Solo quando tutto questo non è possibile umanamente, possiamo parlare di vera e propria tolleranza. Al riguardo bisogna stare molto attenti, anche a non stravolgere la verità quando entriamo nell’ambito della moralità dei comportamenti umani, affermando, per esempio: ho scelto il male minore. Non è mai ed in nessuna situazione, lecito scegliere deliberatamente ciò che è percepito come male, grande o piccolo che sia, in detti casi, bisogna correttamente intendere che si sceglie il solo bene possibile in quella situazione. La persona è fatta per il bene ed è chiamata, se non vuole tradire la sua dignità, a scegliere sempre e solo il bene!

Infine, attenti anche a non predicare ai quattro venti la ‘tolleranza’ agli altri, mancando di avere il dovuto rispetto verso coloro che non la pensano come noi. Rischiando di essere così aperti e pluralisti a senso unico: solo con quelli che la pensano come noi! Il rischio è che molti auto-proclamandosi tolleranti, finiscono poi non solo per non rispettare chi non la pensa come loro, ma addirittura per perseguitarli. Un po’ come quello che è successo e succede ai Sessantottini (non tanto per l’anagrafe, ma per la mentalità) di ieri e di oggi: contestano tutto e tutti, rifiutano ogni regola come imposizione indebita, gridano che è ‘vietato vietare’, ma appena arrivano ai posti di responsabilità ed acquistano il potere, esigono obbedienza cieca ed assoluta, di fatto s’impongono come “la regola”, prendono decisioni senza neanche sentire il diretto interessato, senza così il minimo rispetto per l’altro. Alla fine persone che non vogliono avere dei ‘collaboratori’, ma dei meri ‘esecutori’.

Progresso-Sviluppo 

 “… una volta che si comincia a pensare all’uomo come a qualcosa si mutevole e manipolabile, diventa sempre più facile per il potente e per il furbo modellarlo secondo forme sempre nuove e per ogni tipo di scopo innaturale. […] Per quanto uno possa sbizzarrirsi, la sua immaginazione non può stare al passo con il terrore che nasce da quella fantasia umana che pensa di essere in grado di cambiare quella figura ben precisa che chiamiamo uomo. […] Questo è l’incubo con cui il solo pensiero dell’adattamento ci spaventa. Ed è un incubo così poco lontano dalla realtà” (G. K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

“Nel momento in cui si mette piede nel mondo dei fatti, si entra in un mondo di limiti. Si possono liberare le cose dalle leggi estranee o accidentali, ma non dalle leggi della loro natura. Volendo, si può liberare una tigre dalle sbarre della gabbia, ma non la si può liberare dalle sue striature. Non liberate il cammello dal peso della sua gobba: potreste liberarlo dall’essere un cammello. Non andate in giro come dei demagoghi, incoraggiando i triangoli a scappare dalla prigione dei loro tre lati. Se un triangolo scappa dai suoi tre lati, la sua vita giunge a un a un termine doloroso” (G. K. Chesterton, Ortodossia).

Oggi si parla sempre di più dell’importanza del progresso, ma si scambia questo per quello che in realtà è solo sviluppo tecnologico. Dimenticandosi che la tecnica è assolutamente indifferente alla vita umana ed è interessata solo allo sviluppo, oggi erroneamente scambiato per progresso. Lo sviluppo è semplicemente il potenziamento di una dimensione, mentre il vero progresso è il bene della persona, di una società, dell’umanità (v. Pasolini; Galimberti). In questo contesto si esaltano i cambiamenti, ma non si ha sempre coscienza che il cambiare per il cambiare non è in se stesso positivo: si può cambiare in meglio, ma anche in peggio! Quindi non basta, per essere e sentirsi moderni, il mero cambiamento per il prurito di fare tutte le esperienze, ma con maturità dobbiamo scegliere di cambiare solo ed esclusivamente per il meglio, tenendo realisticamente sempre lo sguardo fisso su ciò che oggettivamente è il bene. Per esempio, non può essere ritenuto progresso il non voler prendersi nessun impegno o la moda di non assumersi responsabilmente le scelte liberamente fatte con quello che queste comportano nei differenti ruoli: non si è moderni quando i genitori vogliono essere ‘amici’ dei loro figli, venendo meno ai loro doveri. Platone scriveva che l’amicizia può darsi solo fra uguali o tra persone che si rendono tali, ma un genitore ha per vocazione un compito ben diverso da quello dei propri figli. Ovviamente questo si applica a tutti gli altri ruoli e figure, ma soprattutto ci spinge a riconoscere che ci sono figure e ruoli propri per natura, che non è possibile cambiare se non a costo di pericolosi stravolgimenti. La prima e vera tradizione è la creazione. Riceviamo e non scegliamo il nostro essere: i genitori non possono chiedere al loro futuro figlio se vuole esistere o meno e questi non può chiedere loro di venire al mondo!

            Possiamo allargare questa riflessione anche al tema del linguaggio. Sempre più spesso sentiamo ripetere, soprattutto in ambito ecclesiale, che è importante conoscere il linguaggio dell’uomo di oggi. Ora questo è vero se s’intende che per comunicare con un altro che non parla la mia lingua, almeno uno dei due, deve imparare la lingua dell’altro. Però questo è falso se s’intende che devo conoscere il modo di parlare dell’uomo di oggi affinché gli si dica ciò che egli vuole sentire. Allora il vero progresso, l’essere veramente moderni non consiste e non può limitarsi solo ad imparare la lingua dell’uomo di oggi, ma nel conoscerla per comunicare ciò che corrisponde alla verità e che perciò non conosce tempi, mode e che prescinde da chi la dice. In questo credeva profondamente un vero figlio di san Domenico: “Intimamente convinto che ‘omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est’(S. Th., I-II, 109, 1 ad 1, che riprende la nota frase dell’Ambrosiaster, In prima Cor 12,3: PL 17, 258) san Tommaso amò in maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità (Fides et ratio, n. 44). Sempre nel contesto del linguaggio e della comunicazione, una piccola annotazione riguardo alla ‘proprietà di linguaggio’. Non è possibile qualificare come ‘scatti in avanti’ provvedimenti di uno Stato contro la vita e la famiglia. Usare un’espressione del genere in un comunicato ufficiale da parte di una autorità ecclesiastica significa, o almeno così sarà intesa dalla maggior parte della gente, che detti provvedimenti sono scelte doverose per emancipare le persone, e di conseguenza che la Chiesa non vuole il ‘progresso’! Cosa assolutamente falsa, per il semplice fatto che questi provvedimenti non sono nella realtà per la promozione della vita e della famiglia naturale. Quindi, come abbiamo sopra ricordato, non sono un vero progresso.

            Infine, non è fuori luogo, nel contesto del progresso-sviluppo riflettere un attimo sull’idolo della scienza, o più propriamente parlando dello scientismo. Oggi, come ho accennato, si è ancora convinti che lo sviluppo scientifico e tecnico porteranno prima o dopo a risolvere tutti i problemi, a migliorare la qualità della nostra vita. Ora, la scienza e la tecnica sono impagabili per il loro contributo per migliorare le condizioni dell’uomo, ma sono inabili a dare una risposta al senso della vita. La scienza mi può dire come vivo, quanto vivrò, ma non potrà mai dirmi perché vivo, da dove vengo e dove vado. Queste sono domande religiose, neanche filosofiche, perché toccano anche il primo ed il dopo della vita terrena. Concludo con una strofa di una canzone del cantante Nek che in una frase riassume tutto quello che penso riguardo la scienza ed agli scienziati ai quali mai finiremo di essere grati: “La scienza tutto sa, ma non cos’è l’amore” (Unici, 2016).

Obbligo-Costrizione

I doveri verso il prossimo sono i diritti che uno esige per sé (cf Dt 24, 1-25,4).

“Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3, 17).

“Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: ‘Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?’. Gesù gli disse: ‘Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?’. Costui rispose: ‘Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso’. E Gesù: ‘Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai’“ (Lc 10, 25-28).

“Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5, 13-14).

“Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio” (Gc 2, 12-13).

“Persino un pessimo tiratore acquista dignità nel momento in cui accetta di misurarsi in duello” (G. K. Chesterton, Ortodossia).

È proprio e solo della persona adulta e matura avere dei doveri. La vera libertà umana non consiste solo ed esclusivamente nello scegliere ciò che piace o fare ciò che si vuole (libertà di scelta/arbitrio: libertà di …), ma nello scegliere ciò che è riconosciuto come il vero bene (libertà morale: libertà per …), alla quale è intimamente collegata, in certi casi, la libera e consapevole scelta di rinunciare o rifiutare tutto ciò che non concorre alla scelta del bene (libertà da …: cf Mt 16, 24-27). Allora attenzione a non vantarsi di una libertà espressa nei termini usati da Kant (anche se pochissimi lo sanno): la mia libertà finisce dove inizia la libertà dell’altro! Questa idea di libertà, a prima vista così rispettosa e propria dell’uomo moderno, in realtà nasconde una visione riduttiva, a mio sommesso avviso negativa e pessimistica, della libertà umana. La libertà umana non può essere solo intesa come un auto-limite, in perenne stato di ‘pace armata’, perché l’uomo non può che vivere e crescere se non con gli altri. Quindi, alla fine ogni obbligo trova le sue ragioni in un valore (ciò che è bene per me uomo con e per gli altri uomini). Cosa diversa è la costrizione che si fonda sul timore, sulla paura e per conseguenza si respinge e si fugge nella misura in cui è possibile.

In questo contesto conviene anche recuperare il senso proprio dei termini come volontario e spontaneo, evitando così di confonderli e scambiarli.Quante volte abbiamo sentito esclamare: “non ci vado …, non lo faccio …, perché non lo sento e quindi sarei un ipocrita se …, ecc.”. Quasi che il sentire o il non sentire un comportamento fossero garanzia di autenticità, di verità e di bontà, dimenticandosi che ci sono dei comportamenti che noi magari non ‘sentiamo’ in un determinato momento, ma sono importanti da realizzare: il mangiare determinate cose, il prendere delle medicine, il fermarsi per aiutare una vittima di un incidente, ecc. Ciò che ci distingue dagli animali, che agiscono istintivamente, sono proprio la ragione e la volontà. Noi siamo realmente persone libere, non quando facciamo quello che vogliamo, ma quando scegliamo ciò che riconosciamo come il nostro (inteso, di tutti) vero bene.  Ultima annotazione: sempre quando agiamo è in gioco la volontà, ma è importante prendere coscienza che quanto è maggiore l’intensità della passione (o della coercizione), tanto è maggiore l’intensità della volontà con cui l’azione viene fatta, ma tanto è minore la volontarietà (o grado di responsabilità morale).

Liceità- Legalità

“Lex est quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui curam communitatis habet promulgata” (S. Thomae, Summa Theologica, I-II, q. 90, a. 4) [La legge è un ordinamento di ragione volto al bene comune, promulgata da chi abbia la cura della comunità].

“Imperare autem est quidem essentialiter actus rationis; imperans enim ordinat eum cui imperat” (S. Thomae, Summa Theologica, I-II, q. 17, a.1) [Il governare è essenzialmente un atto della ragione; chi governa infatti ordina i soggetti a cui comanda].

“Iustitia sine misericordia crudelitas est, misericordia sine iustitia, mater est dissolutionis. Et ideo oportet quod utrumque coniungatur” (S. Thomae, In Math., V, Lect. II, 429) [La giustizia senza la misericordia è crudeltà, la misericordia senza la giustizia è la madre della dissoluzione].

La confusione circa l’uso di questi termini ai giorni nostri è sommo (fino quasi a darsi un vero e proprio bovarismo giuridico), come anche il significato di altri termini in stretta relazione con questi, come diritto, giustizia, iniquità, arbitrarietà, ecc. Al riguardo occorre partire da due dati di fatto: 1°) la liceità ha una valenza morale e riguarda quindi il vero bene, di conseguenza interessa tutte le virtù morali, la legalità ha come ambito primario e proprio le azioni esterne e riguarda primariamente la virtù della giustizia (che è sempre atto secondo rispetto prima di tutto al diritto naturale grazie al quale riconosciamo il suum di ogni persona). Essendo la giustizia il dare a ciascuno il suo, ed è quindi oggettivamente un bene nei rapporti intersoggettivi, questo significa che sempre l’ambito giuridico deve avere un riferimento morale (la moralità del diritto); 2°) però la storia e l’esperienza c’insegnano che possono esserci delle ‘leggi ingiuste’ e che quindi possiamo avere comportamenti legalmente possibili, ma moralmente illeciti: ogni legge che per esempio non tutela l’innocente (come una legge per l’aborto o razziale). L’incapacità, o molte volte la volontà, di non riconoscere questo intimo e profondo legame tra diritto e morale, ha spesso come effetto il rifiuto del diritto e della sua funzione di ordinatore secondo giustizia della società. Una legge o è giusta, quindi moralmente fondata, o non è legge ed è piuttosto una sua corruzione, come ricorda san Tommaso (S. Th., I-II, q. 95, a. 2. Corruptio legis che è quasi sempre conseguenza della corruzione di chi promulga questo tipo di leggi!). Invece, nel caso di una vera e propria legge, tutti, primi fra tutti coloro che esercitano l’autorità, devono a questa riferirsi, scoprendo quanto sia vero, contro l’arbitrio, il detto latino: sub lege, libertas. Solo una legge giusta ha la forza di ‘autoimporsi’, altrimenti, non avremo altro che leggi frutto delle diverse maggioranze di turno ovvero manifestazione dell’arbitrio di chi comanda. Però, non è l’autorità a fare la verità o la giustizia, ma sono queste che confermano come autentica l’autorità stessa nel suo servizio non di mero governo, ma di fruttuoso buon governo!

Non si dà alternativa: o tutti, indistintamente accettano la forza del diritto o l’alternativa sarà il diritto della forza (fisica, politica, economica, psicologica che sia). Lex est recta ratio imperans honesta, prohibens contraria (la legge è un giusto modo di pensare che comanda le cose oneste e vieta le contrarie). Un’ultima annotazione che riguarda coloro che si credono i furbetti di turno. Le leggi sono come le regole di un gioco: non si cambiano quando si gioca e soprattutto non sono il frutto del consenso della maggioranza, ma regole di verità e di giustizia senza le quali nessuna società potrà progredire pacificamente: “… opus iustitiae pax …” (Is 32, 17).

Conservatore-Progressista 

“Ti scongiuro, davanti a Dio e a Cristo Gesù che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua apparizione e il suo regno: predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza. Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, sopporta le sofferenze, svolgi il compito di evangelista, adempi fedelmente il tuo servizio. Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione (2 Tim 4, 1-8).

“… a nessuno studente inglese è stato mai insegnato di dire la verità, per la semplice ragione che non gli è mai stato insegnato a desiderare la verità. Fin dall’inizio gli viene insegnato a essere completamente incurante di capire se un fatto è un fatto; gli viene insegnato di curarsi solo di capire se un fatto è dalla sua ‘parte’ quando è impegnato a ‘fare il suo gioco’. […] Sostiene i Liberali o i Conservatori alle elezioni generali esattamente come sosteneva Oxford o Cambridge nelle gare di canottaggio. […] Ma eccoci arrivati al punto che riguarda la grande massa dei moderni e avanzati sociologi. Ecco qui due istituzioni che sono sempre state fondamentali per l’umanità, la famiglia e lo stato. Credo per certo che gli anarchici screditino l’una e l’altro. È piuttosto scorretto dire che i Socialisti credono nello stato, ma non credono nella famiglia; migliaia di Socialisti credono nella famiglia più di un Conservatore qualsiasi. Ma è corretto dire che mentre gli anarchici abbatterebbero entrambi, i Socialisti sono premurosamente impegnati a sistemare (cioè a rafforzare e rinnovare) lo stato; e non sono premurosamente impegnati a rafforzare e rinnovare la famiglia. Non fanno nulla per ridefinire le funzioni del padre, della madre e del figlio; non stanno rimettendo in moto la macchina; non stanno ripassando i contorni sbiaditi del vecchio disegno. Riguardo allo stato stanno, invece, facendo tutto questo: stanno mettendo a punto il suo macchinario, stanno ripassando i contorni già scuri dei suoi dogmi, stanno rendendo il governo più forte in tutti i modi e per qualche verso più oppressivo che mai” (G. K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

 “Per il bene del convertito, bisogna anche ricordare che una parola sciocca pronunciata all’interno della Chiesa fa più danni di migliaia di parole sciocche dette al suo esterno” (G. K. Chesterton, La Chiesa cattolica. Dove tutte le verità si danno appuntamento).

Mi limito di proposito all’ambito ecclesiale e mi permetto d’introdurre l’argomento con una battuta scherzosa ma, per esperienza, profondamente vera.

Una volta un vescovo chiese ai suoi sacerdoti: sapreste dirmi in che cosa si differenziano nella Chiesa i conservatori dai progressisti? I sacerdoti risposero in modi diversi, ma nella maggioranza tenendo conto di aspetti superficiali e non sostanziali, che però non convinsero il vescovo che alla fine diede la sua risposta: la differenza consiste che i conservatori sono convinti che l’ultimo vero Concilio è stato quello di Trento, mentre i progressisti sostengono che è stato quello di Gerusalemme!

Al di là dell’eloquente battuta, è chiaro che è sempre sbagliato e comunque semplicistico e riduttivo, etichettare, rischiando quasi sempre di generalizzare, le idee ed ancora di più le persone. Infatti, alla fine la pseudo divisone tra conservatori e progressisti manifesta la loro rispettiva ed intrinseca ‘incongruenza’: entrambi partono da una visione statica e cristallizzata della fede e della sua trasmissione, come della stessa vita ecclesiale. Non tengono conto che il dato rivelato e la dottrina, pur essendo in se stesse immutabili, progressiva ne è la loro conoscenza e soprattutto la loro formulazione da parte della Chiesa, per renderle comprensibili all’uomo contemporaneo, ma sempre nella fedeltà a quel depositum fidei che è un tesoro di cui l’autorità nella Chiesa è amministratrice e non padrona! Ricordava giustamente san Giovanni XXIII: “… occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. Va data grande importanza a questo metodo e, se è necessario, applicato con pazienza; si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale (Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 11-X-1962).

Quindi, attenzione ad affermare che siamo chiamati ad adattare il Vangelo ai nostri giorni, in quanto ciò è semplicemente anti-evangelico: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1, 15), e non è scritto che bisogna convertirsi al mondo! Fino a prova contraria, sono la Rivelazione e la Tradizione ad essere paradigmatiche per la fede e non la cultura, la moda, la morale corrente, l’opinione comune ed il consenso della maggioranza.

Quale corollario, mi sembra importante anche riflettere sulla specificità e la diversità tra il metodo proprio alle scienze naturali (metodo scientifico-sperimentale: osservazione, ipotesi, verifica, legge) e quello della teologia. Generalmente, le prime progrediscono per sostituzione (per esempio: la scoperta dell’energia elettrica ha sostituito le fonti di energia precedenti), mentre la teologia progredisce per approfondimento nella continuità: un Concilio non contraddice e non può contraddire i precedenti, in quanto non si può dare cambiamento o anche dei semplici ‘strappi o rotture’ per quanto riguarda il deposito della fede (Rivelazione e Tradizione, quest’ultima completamente differente dalla ‘prassi’ a dal ‘si è sempre fatto così’) e le sue applicazioni e conseguenze nei vari campi.

            Allora stiamo molto, ma molto attenti ad usare etichette stereotipate e non dimentichiamoci che la vera distinzione, cum fundamento in re, non è nella divisione, profondamente falsa e frutto di ideologia, tra conservatori e progressisti, spesso e volentieri attaccata e limitata alle manifestazioni esterne, al modo di presentarsi. In modo particolare in ambito liturgico dove, a mio sommesso avviso, entrambi dimenticano ciò che ha affermato il Concilio Vaticano II: “Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è ‘sacramento dell’unità’, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi” (Sacrosanctum Concilium, 26). La liturgia non è un ‘teatro’ uno ‘show’ dove si ‘impone’, si ‘crea’ o si ‘sceglie’ secondo i ‘gusti’ personali, e magari alla fine della celebrazione le stesse persone, che hanno celebrato in latino ed incenso ovvero in lingua vernacolare e chitarra, si comportano ugualmente e senza distinzione, in modo antievangelico.

Quindi, la vera distinzione nella vita reale di tutti i giorni è tra persone: intelligenti/competenti e meno intelligenti/incompetenti, oneste e disoneste, coraggiose/coerenti ed ipocrite/opportuniste, caritatevoli ed egoiste, che potranno essere sia conservatori che progressiste.

Infermo- Morto

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6, 56).

“Infatti, a considerare bene le parole in se stesse, malato è propriamente chi è già tocco dal male, mentre infermo è colui che non è fermo e quindi solo debole. […] Coloro dunque che sembrano fervorosi nel fare il bene, ma non vogliono o non sanno sopportare le sofferenze che incalzano, sono infermi ossia deboli. Ma chi ama il mondo per qualche insana voglia e si distoglie anche dalle stesse opere buone, è già vinto dal male ed è malato. La malattia lo rende come privo di forze e incapace di fare qualcosa di buono.
Tale era nell’anima quel paralitico che non poté essere introdotto davanti al Signore. Allora coloro che lo trasportavano scoprirono il tetto e di li lo calarono giù. Anche tu devi comportarti come se volessi fare la stessa cosa nel mondo interiore dell’uomo: scoperchiare il suo tetto e deporre davanti al Signore l’anima stessa paralitica, fiaccata in tutte le membra ed incapace di fare opere buone, oppressa dai suoi peccati e sofferente per la malattia della sua cupidigia.
    Il medico c’è, è nascosto e sta dentro il cuore. Questo è il vero senso occulto della Scrittura da spiegare.
    Se dunque ti trovi davanti a un malato rattrappito nelle membra e colpito da paralisi interiore, per farlo giungere al medico, apri il tetto e fa’ calar giù il paralitico, cioè fallo entrare in se stesso e svelagli ciò che sta nascosto nelle pieghe del suo cuore. Mostragli il suo male e il medico che deve curarlo.
    A chi trascura di fare ciò, avete udito quale rimprovero viene rivolto? Questo: ‘Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite’ (Ez 34,4). Il ferito di cui si parla qui è, come abbiamo già detto, colui che si trova come terrorizzato dalle tentazioni. La medicina da offrire in tal caso è contenuta in queste consolanti parole: ‘Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione ci darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla’ (1Cor 10,13)” (Sant’Agostino, Discorso sui pastori 46,13, in CCL 41, 539-540).

Sono sicuro che alcuni tra coloro che stanno leggendo saranno un po’ sorpresi dei termini che propongo nell’odierna riflessione. Quindi è meglio subito indicare il contesto che intendo prendere in considerazione per il loro uso: il ricevere la Santa Eucarestia o fare la Santa Comunione, come generalmente si dice.

Prima di tutto ricordiamo cosa il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma riguardo all’Eucaristia indicata nell’ultimo Concilio come “fonte e culmine di tutta la vita cristiana” (LG 11)’. “Nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità e, quindi, il Cristo tutto intero. […] È per la conversione del pane e del vino nel suo Corpo e nel suo Sangue che Cristo diviene presente in questo sacramento” (nn. 1374-1375). Invece, riguardo alle disposizioni di colui che si accosta alla santa Comunione, alla quale ovviamente sempre il Signore invita tutti, leggiamo: “Per rispondere a questo invito dobbiamo prepararci a questo momento così grande e così santo. San Paolo esorta a un esame di coscienza: ‘Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna’ (1 Cor 11, 27-29). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione” (n. 1385).

In questo consiste il sacramento dell’Eucaristia e non in altro. Fare la santa Comunione è ricevere il Corpo e Sangue di Cristo e nient’altro. Di conseguenza non può mai essere sentita o vissuta come un ‘rito di aggregazione’ all’interno di una comunità, riducendola ad un mero segno a livello sociale di partecipazione o emarginazione. Ricevere l’Eucaristia non può essere vista come una sorta di ‘obliterazione’ per non sentirsi escluso o giudicato, ma piuttosto l’accoglienza di un dono, che in quanto tale è sì gratuito, ma non può mai considerarsi ‘arbitrario’ in quanto esige delle disposizioni per essere debitamente accolto. Dovremmo essere preoccupati solo di non tradire il rapporto con Dio rischiando di essere quei farisei che Cristo ha sempre affrontato con decisione e determinazione.

Quando mi preparavo alla prima santa Comunione, il mio parroco spiegò con un esempio eloquente, che non ho mai dimenticato, la necessità di essere in grazia di Dio per fare la santa Comunione. Domandava a noi bambini: “perché l’Eucarestia è chiamata sacramento dei vivi?”. Dopo i nostri tentativi di risposta, ci disse: “Solo coloro che sono in stato di grazia possono comunicarsi in quanto chi è cosciente di essere in peccato mortale, è morto (spiritualmente) ed i morti non mangiano!”. Recuperare questa verità, semplice, cristallina, significa comprendere che sì l’Eucarestia è per noi pellegrini su questa terra, un sostegno, un conforto, un aiuto quando siamo ‘infermi’ a causa delle nostre debolezze e fragilità, per proseguire nel cammino, ma completamente diverso è quando siamo ‘morti’ a livello spirituale con il peccato mortale (quando cioè pecchiamo in materia grave [v. 10 Comandamenti], e si danno piena avvertenza e deliberato consenso: cf CCC, nn. 1855-1861).

In questo contesto mi permetto una breve annotazione: non si uccide solo fisicamente, ma anche moralmente, sparlando o addirittura calunniando una persona! Il giudizio, il pettegolezzo, lo sparlare sistematicamente è uno dei cancri peggiori dei vari ambienti di lavoro, della politica, dei mass media, ma acquista una valenza direi ‘terrificante e devastante’ nelle comunità parrocchiali/ecclesiali e religiose. Il tutto è oggi amplificato dalla facilità di diffusione per via dei nuovi mezzi di comunicazione quando con un click una notizia è potenzialmente accessibile da tutti nel mondo. In questo modo si può distruggere una persona, ucciderla socialmente, e come, dopo questo ci si può accostare e ricevere la santa Comunione, senza prima chiedere perdono nella confessione sacramentale, impegnarsi a non farlo più, con l’aiuto della grazia di Dio, ed a riparare il danno fatto?

 Amore-Sesso

“Ed egli rispose: ‘Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi’ “ (Mt 19, 4-6).

“Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo; al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; …” (2 Cor 4, 1-5).

“Solo un ipocrita […] può pensare di parlare di ‘amore libero’, come se l’amore fosse una cosa momentanea quanto accendere una sigaretta o fischiettare un motivetto” (G. K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

            Questi due termini riguardano forse uno degli ambiti più delicati e sensibili della nostra vita, la nostra affettività, lo spazio in cui scopriamo la nostra vocazione a realizzarci veramente con e per gli altri, con tutto quello che da questa deriva, dall’accettazione matura di noi stessi al nostro rapportarci equilibrato e rispettoso con i nostri simili. L’amore ed il sesso sono realtà in sé complessee non separabili nella realtà se non a prezzo della perdita del loro senso e del loro significato, della loro verità, perciò non si prestano ad indebite ed inappropriate semplificazioni, siano esse di tipo religioso, politico, sociologico, economico/finanziario, che sfociano inesorabilmente in una specie di sessuofobia ovvero di sessolatria. D’altra parte, come ci ricorda il Dottore Angelico: “Il vivere bene consiste nell’agire bene” (S. Th., I-II, 57, 5), sempre e comunque, coscienti che siamo una unità e non siamo fatti a compartimenti stagni.

            Tentando di rimanere fedele al proposito che mi sono dato nello scrivere questi spunti di riflessione, mi limito qui a proporre semplicemente alcuni aspetti oggettivamente verificabili. Innanzi tutto, è imprescindibile tenere fermo che quando parliamo di amore e di sesso lo facciamo in relazione ad una persona con la sua dignità, i suoi desideri, le sue passioni, ossia con qualcuno che attende amore e vuole amare. In altre parole, la sessualità propria di un essere umano, non di una sessualità genericamente intesa a livello fisiologico e biologico, che del resto hanno anche gli animali: anche i conigli hanno ed usano la sessualità, ma sono sicuro che nessuna persona normale, si sentirebbe onorata di essere paragonata in questo ambito ad un coniglio! Un animale si ‘accoppia’, un uomo ed una donna si ‘uniscono’ esprimendo così una scelta di fedeltà (non si dà il ‘a tempo determinato’ nel vero amore). Allora è importante recuperare prima di tutto il significato della sessualità umana. Questo lo ritroviamo innanzi tutto riconoscendolo come uno dei più grandi doni che il Signore ci ha fatto, scoprendolo come un linguaggio di amore che ha però la sua grammatica, le sue regole, solo seguendo le quali è possibile comunicare, comprendersi (cf Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2331-2400, che consiglio a tutti vivamente di leggere o di rileggere). Ragione per la quale ogni volta che si dimentica riguardo alla sessualità questa basilare verità, cioè il suo essere essenzialmente un linguaggio di amore, di comunicazione con l’altro (e non un giocattolo con cui divertirsi), avviene di fatto quello che pensiamo quando vediamo qualcuno parlare da solo: questo è matto!

Quindi la sessualità umana si realizza pienamente nel contesto di un vero amore umano (cosa distinta dall’attrazione, dall’infatuazione, dal sentimento, dal ‘colpo di fulmine’), preoccupato del bene dell’altro che sente di dover coltivare, preservare e non di dover consumare freneticamente il prima possibile per poi perderne addirittura il gusto (v. fidanzati che vivono da coniugati e coniugi che vivono da fidanzati: forse c’è qualcosa che non va?). Questo è un amore specifico, diverso dall’amicizia (amico che è diverso da conoscente …), dall’affetto verso i genitori o verso le sorelle ed i fratelli, l’amore che solo può esserci tra un uomo ed una donna che si scelgono liberamente impegnandosi nella reciproca fedeltà e nell’apertura al dono della vita. Tutto questo non è poesia, ma è soltanto il progetto creatore di Dio (che riceviamo e non scegliamo: “Potrà forse discutere con chi lo ha plasmato un vaso fra altri vasi di argilla? Dirà forse la creta al vasaio: ‘Che fai?’ Oppure: ‘La tua opera non ha manichi?’” [Is 45, 9]. Cf anche Rm 1, 19-32), che ci ha creato per amore e ci chiama a vivere con amore. Allora è importante rimanere lucidi quando la cultura dominante cerca di giustificare tutto (divorzi, seconde, terze o quarte unioni, unioni omossessuali, procreazione eterologa e quanto altro possiamo immaginare oggi grazie alla tecnica che rende possibile tante cose, ma che non rende queste possibilità moralmente lecite), in nome di un amore che spesso e volentieri non è altro che una maschera per coprire ciò che molte volte è mero egoismo: è un fatto che si soffre di fronte al sentire tradito il proprio amore ed è ancora un dato di fatto che non facciamo sesso con tutti quelli che amiamo, e già questo dovrebbe porre qualche interrogativo se si è onesti! Quante volte abbiamo sentito, pensando di giustificare tutto e tutti, la frase: ma se si amano, se si vogliono bene! Questa affermazione, a prima vista così piena di rispetto e sentita come propria ai nostri tempi di millantato pluralismo, nasconde una pericolosa giustificazione di quello che molte volte non è altro che un vero e proprio egoismo, della scelta di non maturare, di accontentarsi di vivere come un giocattolo la propria sessualità: si afferma di amare, quando in realtà si vuole solo possedere egoisticamente! Dimenticandosi che: “Nessuno può insegnare ad un altro ad amare, ma imparare ad amare è la cosa più importante della nostra vita” (san Giovanni Paolo II).

Quindi non è solo importante l’educazione sessuale nelle scuole, ma prima ed ancora di più un’educazione ad amare. Non è onesto banalizzare il significato dell’amore e della sessualità, in nome di un ideologico e quindi falso invito ad essere liberi, aperti, prive di inibizioni, quando abbiamo la prova di tante dipendenze (“Ognuno è schiavo di chi l’ha vinto”: 2 Pt 2, 19) e perversioni delle quali poi in modo farisaico ci scandalizziamo o ci meravigliamo. Possiamo affermare che la cosiddetta libertà sessuale ha portato un vero progresso, un bene, per le persone e la società? È un dato scientificamente verificabile che ogni qualvolta si vive in modo ‘fisicistico’ la propria dimensione sessuale, si finisce per esserne dipendenti ed è sempre il fisico – che sviluppa una dipendenza (e quindi falsa il valore della sessualità) – che provoca anche una assuefazione che in questo ambito si traduce in una esigenza di moltiplicare gli atti o di fare le più diverse esperienze al fine di mendicare un po’ di piacere. Tutto questo falsa il valore della sessualità ed è nient’altro che un modo per contrabbandare un surrogato che mai darà quello che in fondo ogni donna ed ogni uomo cercano.

Questo tentativo di stravolgere il significato proprio della relazione tra amore e sessualità è riscontrabile nella produzione cinematografica, nella stampa, nella pubblicità: fare l’amore, quando si tratta di solo sesso e di ricerca egoistica di piacere, facendo credere che non esistono differenze, non parlando più di fidanzati o di marito e moglie, ma di compagno e compagna. Espressioni che, almeno molti ne sono convinti, manifestano uno spirito aperto e moderno, ma che in realtà nascondono una terribile povertà che si evidenzia nel momento in cui si è vittime di questa mancanza d’impegno duraturo. Verità che qualcuno, però, non ha avuto paura di mettere nei testi delle proprie canzoni: “Capita anche a te di pensare che al di là del mare vive una città dove gli uomini sanno già volare, e non c’è sesso senza amore, nessun inganno nessun dolore, e vola l’anima leggera” (Antonello Venditti, Ricordati di me, 1998); “Il sesso fa partire L’amore fa tornar da te. E dalla pelle al cuore. Che adesso sto davanti a te” (Antonello Venditti, Dalla pelle al cuore, 2007).

Oggi è allora necessario pensare ad educare tutti e sempre all’amore, prima di tutto a imparare ognuno di noi, ogni giorno ad amare, ed è vitale riscoprire che la castità, nonostante quello che ci si vuol far credere, è un valore a cui tutti sono chiamati, non da una morale bacchettona, ma perché è un bene per ogni persona. Solo una persona che è veramente innamorata lo intuisce, lo sa e cerca, cosciente delle proprie fragilità, di viverla confidando nell’aiuto di Dio. La Chiesa cattolica non impone nulla, ma propone semplicemente il progetto d’amore di Dio su noi suoi figli, invita a non accontentarsi delle ‘briciole’, di un piacere momentaneo che nel momento in cui si crede soddisfatto è già in ricerca del successivo, ma di cercare di vivere nella gioia permanente che solo una relazione che ha come priorità il bene dell’altro/a può dare. Per queste ragioni, il credente è cosciente che l’unione sessuale sarà veritiera (cioè segno di una scelta di unità di vita), solo nel patto matrimoniale in vista di una comunione per tutta la vita, patto naturale che è stato elevato da Cristo a Sacramento, cioè a strumento di grazia per i battezzati. Alla fine, la vera morale cattolica non è questione di ‘repressione’, ma di vivere da persone libere e coerenti, una proposta per non ‘sprecare’ l’unica vita che abbiamo.

Necessario-Urgente

“Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della sua morte, né c’è scampo dalla lotta; l’iniquità non salva colui che la compie” (Ec 8, 8).

“Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?” (Lc 9, 25).

“Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto?” (Lc 12, 26).

“Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo” (Gal 1, 11-12).

“Non abbiamo infatti alcun potere contro la verità, ma per la verità” (2 Cor 13, 8).

“Ciò che è sbagliato è che non ci chiediamo cosa ci sia di giusto” (G. K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Inizio questa ultima riflessione, condividendo una mia esperienza nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, dove da oltre venticinque anni ho il privilegio di aiutare i miei confratelli domenicani, nell’amministrazione del sacramento della Riconciliazione. Non poche volte mi è capitato di vedere in questi anni, persone molto note, alcune anche famose, nell’ambito della politica, nella magistratura o nella vita della Chiesa, ormai senza incarichi ufficiali o in pensione, arrivare per pregare, in modo completamente anonimo, davanti all’immagine di Maria Santissima, Salus Populi Romani, rimanere lì in solitudine orante, ma allo stesso tempo non solo disponibili ad entrare in dialogo con le altre persone, ma addirittura desiderosi se non ‘impazienti’ di intrattenersi con qualcuno. Quelle stesse persone che, fino a qualche anno prima magari giravano con la scorta, avevano una vita frenetica, piena d’impegni. Persone che era impossibile avvicinare e per incontrare le quali bisognava avere qualche ‘santo in paradiso’ per poter aver un incontro di quindici minuti, al massimo. Personaggi presi da mille impegni e preoccupazioni, ora concentrate sull’essenza della vita. In loro ho ‘toccato’ la differenza tra ciò che è urgente e ciò che è necessario nella vita. Per me queste esperienze sono state e sono un’occasione per evitare, spero, di fare degli errori di valutazione circa l’unica vita (non dandosi ‘tempi supplementari’) che mi è data di vivere.

Nell’attuale società post-moderna, informatizzata e super tecnologica, tutto viene percepito come urgente, rischiando così di non vivere la vita, ma di lasciarci condizionare dalle circostanze che ci illudono, come veri miraggi, che questo è vivere, salvo poi scoprire la realtà, molte volte quando si è già sprecato molto tempo. Al riguardo mi vengono in mente tanti genitori, che ho incontrato durante il mio ministero, e che giustificavano il loro essere assenti dalla vita famigliare, ma per provvedere a tutto e di più per i singoli componenti. Purtroppo hanno scoperto troppo tardi, per esempio, che i figli non hanno solo bisogno di cose materiali, ma della presenza, della guida e dell’affetto di un genitore. Presenza e confronto dei quali ha necessità, ovviamente, anche l’altro coniuge.

Questo ritmo disumano del quale tutti siamo più o meno schiavi, ci fa dimenticare che tutto può essere, più precisamente, può sembrarci urgente (i vari comportamenti compulsivi che abbondano nella società contemporanea sono segni eloquenti), ma cos’è veramente necessario? Addirittura, presi dagli impegni, corriamo anche il rischio di sentirci indispensabili, quasi inebriati dai nostri impegni ed incarichi. Per constatare quanto questo sia falso, basta visitare un qualunque cimitero, pieno di persone che l’hanno creduto.  Non dimentichiamo mai quanto scrisse san Giovanni della Croce: “Alla fine della vita, saremo giudicati sull’amore” e non sui ‘like’ che abbiamo ricevuti! L’ammonimento di Cristo a cercare prima di tutto il Regno di Dio (la vita senza fine con Lui), affinché possiamo ricevere in sovrabbondanza il resto (cf Mt 6, 33), rimane una richiesta che si pone come esigenza per non sprecare l’unica vita che ci è data di vivere. “Marta, Marta, tu di affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10, 41-42). Una indicazione che sempre Dio lascia alla nostra libertà: “Se vuoi …” (Mt 19, 21).

Santuario di Santa Maria del Sasso

Bibbiena (AR), 7 agosto 2019

Vigilia della Festa del S. P. Domenico

P. Bruno, O. P.