The Catholic priest: a Minister of God for his Brothers
1 Marzo 2019

Ripartire dalla Fede in Cristo

Omnia possum in Eo

P. Giandomenico Mucci, S. I.
Scrittore Emerito de “La Civiltà Cattolica”

Il Santo Padre Francesco, nel suo discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2018, ha ricordato al Popolo di Dio che “… che la forza di qualsiasi istituzione non risiede nell’essere composta da uomini perfetti ma nella sua volontà di purificarsi continuamente; nella sua capacità di riconoscere umilmente gli errori e correggerli; nella sua abilità di rialzarsi dalle cadute”. Questa parola del Papa ha il suo contesto nei fatti scandalosi che hanno interessato una minoranza del clero e dei consacrati nella Chiesa cattolica: ed è una parola che contiene la sofferenza e la speranza.

            Dal canto suo, il card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, nel corso di una recente liturgia di beatificazione, ha delineato gli effetti positivi che possono derivare da quegli stessi fatti scandalosi: “In questi tempi la Chiesa ha vissuto momenti turbolenti e laceranti a causa degli scandali di vescovi, sacerdoti e religiosi che ne hanno deformato il volto e minato la credibilità. Di fronte a questo scenario doloroso, alcuni fedeli hanno iniziato a perdere la fiducia nella Chiesa, altri l’hanno colpita aumentandone le ferite. Ma l’atteggiamento giusto è: sostenere con la vicinanza spirituale e con la preghiera quanti vivono ogni giorno la propria vocazione in fedeltà ed abnegazione. Si tratta della stragrande maggioranza di persone consacrate che offrono una limpida testimonianza di fede e di amore. Ciò non esime dal dovere di combattere gli abusi e gli scandali di ogni genere, inducendo quanti sbagliano a svegliarsi da una vita ipocrita e perversa” (in L’Osservatore Romano, 6-7 maggio 2019, p. 5).

            In questi due testi, autorevoli per i loro autori, è possibile leggere in sintesi quanto la Chies sente nei confronti della situazione di scandalo che si è prodotta al suo interno e, tramite i mezzi di comunicazione sociale, è stata conosciuta e criticata a livello mondiale. Con molta fermezza, la Chiesa è corsa ai ripari, sia con gli opportuni provvedimenti canonico-giuridici (cf Francesco, M.P. Vos estis lux mundi, 9 maggio 2019), sia riproponendo il suo insegnamento sulla santità di vita esigita dalla consacrazione religiosa e dal ministero sacerdotale.

            Sulle reazioni allo scandalo suscitate nell’opinione pubblica e sui rimedi giuridici e pastorali ci sembrano illuminanti i commenti di due ecclesiastici, diversamente ed attivamente impegnati, entrambi ben noti: il padre Bruno Esposito, domenicano, professore ordinario nella Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Roma (Angelicum), nella sua riflessione dal titolo Il sacerdote cattolico: ministro di Dio per i suoi fratelli (in http://www.padrebruno.com/il-sacerdote-cattolico-ministro-di-dio-per-i-suoi-fratelli/, 20-II-2019), e mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, con la sua omelia che ha tenuto questo stesso anno durante la Santa Messa crismale (in http://www.diocesinovara.it/wd-interventi-vesc/la-vita-spirituale-del-prete/, 18-IV-2019). Riassumiamo l’uno e l’altro.

Il giurista-canonista

            Il punto di partenza per ogni discorso sul sacerdozio è Cristo che venne per dare la sua vita agli uomini e chiede ad alcuni di partecipare alla sua missione. Scrive l’evangelista: “Ne costituì dodici affinché stessero con lui” (Mc 3, 14). Stare con Lui: questo è il segreto di ogni vocazione sacerdotale. Ne consegue che la Chiesa deve investire le sue risorse migliori per aiutare i suoi giovani nel discernimento vocazionale, formare formatori seri sul piano spirituale e dottrinale, curare la formazione iniziale in seminario, la formazione permanente e la fraternità sacerdotale. Coloro che fanno opera di consiglio durante la formazione iniziale, parroci, religiosi, laici devono essere decisi nel distinguere nel candidato un’autentica grazia di origine divina da un mero desiderio personale, talvolta suggerito o sentito da motivazioni non pure, quale è il progetto di una onorata collocazione sociale o l’inclinazione agli studi superiori ecclesiastici o la carriera nel clero.

            Determinante per la vocazione nel candidato sono gli anni del seminario, che dovrebbe essere organizzato dai superiori e dai docenti, e sentito e vissuto dai seminaristi, non come una caserma nella quale si deve sopravvivere con vari espedienti al sergente di turno, bensì come la casa, che al centro ha l’Eucaristia, nella quale i fratelli scoprono ed apprendono la scienza dell’orazione, il gusto della Scrittura e della liturgia, la conoscenza delle loro reali capacità umane che, con le virtù evangeliche, vanno educate, purificate e finalizzate all’esercizio dell’amore pastorale. A questo fine, la vigilanza e la predicazione di un direttore e padre spirituale non improvvisato non sono meno importanti dei formatori nelle discipline teologiche. È proprio del padre spirituale insistere sull’amore a Cristo come anima del sacerdozio, sull’amore a lui come ragione della consacrazione al servizio del prossimo come impegno quotidiano.

            È necessaria nei formatori la consapevolezza realistica che quanti si candidano al sacerdozio, e analogamente alla vita religiosa, sono figli del nostro tempo, convinti che a loro tutto è dovuto e non inclini al sacrificio ed alla rinuncia per qualcuno o per un bene maggiore. Come scriveva argutamente Chesterton, non è che non esistano persone educate, ma una gran parte di loro è educata male. Questa osservazione vale anche per la formazione cristiana di base. Pertanto, non bisogna trascurare l’eventualità forse non così remota che il seminario si veda desiderato anche da chi sa di non aver ricevuto una vocazione di per se stessa esigente e, ammessovi senza purezza d’intenzione, ne percorre le tappe per omissione di giusta valutazione da parte dei formatori: e si ritroverà investito di una responsabilità che sarà offesa di Dio, personale infelicità e danno grave dei fedeli.

            L’attuale situazione di scandalo e di disorientamento impone ad ogni sacerdote e consacrato/a di ripartire da Cristo. È vero che le colpe ci sono state, ma è altresì vera l’amplificazione distorta che di quelle colpe fa una certa comunicazione di massa. Come non è vero che tutti i medici sono incompetenti, tutti i politici sono ladri, tutti gli avvocati sono disonesti e tutti gli insegnanti sono impreparati, così è falso che tutti i sacerdoti ed i consacrati sono persone di potere, attaccate ai soldi, schiavi delle peggiori perversioni. Come spesso accade, fa più rumore un albero che cade di una foresta che silenziosamente, ma costantemente cresce. Le generalizzazioni e le etichette sono sempre pericolose, quando, come dovrebbe sempre accadere, non si mira ad una giustizia sommaria.

            È giusto che si cerchi di dare una risposta credibile agli scandali, purché ciò avvenga per sincera volontà di trasparenza, non per dare soddisfazione ai mass media e all’opinione pubblica spesso da essi artificiosamente eccitata. È colpevole il silenzio complice, ma è anche colpevole l’immotivato impulso a denunciare chiunque, senza un minimo di certezza morale riguardo ad eventuali prove, magari basandosi su meri pettegolezzi o indimostrabili presunzioni ed intuizioni. Quando si accetta una semplice denuncia come sinonimo di colpevolezza, ci si dimentica di un principio fondamentale della cultura giuridica e dei così detti ordinamenti giuridici delle società civili: il diritto di difesa, che è un diritto naturale ed in quanto tale patrimonio intangibile di ogni persona. Ora, l’elemento essenziale del diritto di difesa è la possibilità di un vero contraddittorio. Si richiede, quindi, la conoscenza dell’accusatore e delle accuse e onus probandi incumbit ei qui dicit ossia, in ambito penale, è la colpevolezza che va provata, non l’innocenza, come qualcuno oggi pensa e talvolta si permette. Operando diversamente, si produce una ‘guerra al massacro’, dove nessuno si sente più sicuro, ogni sacerdote o consacrato/a può essere accusato di tutto senza appello e vedere distrutta la sua vita ed il proprio ministero o consacrazione. Questo non dimenticando che vi sono già stati casi nei quali chi ha presentato denuncia, lo ha fatto o per vendetta o per ottenere notorietà o per un mero vantaggio economico.

Il vescovo

            Anche il vescovo di Novara, che si rivolge alla sua Chiesa, ed in particolare al suo presbiterio nel corso della solenne liturgia per la santa Messa crismale, ha presente il travaglio che la Chiesa sta attraversando a livello universale e locale: e tutti dicono la loro, “… magari imperversando e sdottorando sui blog”.

            In questo tempo di crisi, nel quale, a motivo della colpa di pochi, il sacerdote in quanto tale è sottoposto alla critica di una opinione pubblica che molto spesso nulla sa, e anzi abitualmente avversa, della natura e dei fini del sacerdozio cattolico, il vescovo non entra nei dibattiti e nel chiacchiericcio che inevitabilmente sorgono intorno ai fatti scandalosi, ma preferisce, in positivo, ricordare al suo clero i fondamenti sui quali si regge la vita sacerdotale e i rischi che corre sotto la pressione dello stile moderno di vita.

            I rischi sono quelli di sempre. Il vero prete non è un affarista né un manager sempre indaffarato né carrierista. Custodisce piuttosto la sua interiorità mediante quella compagna di viaggio che è la sua vita spirituale, nella quale rientrano le cure e le preoccupazioni pastorali. Non è un narcisista, cioè non è mosso dalla continua ricerca di approvazione e ammirazione, “… quando abbiamo bisogno di specchiarci in Facebook ed Instagram, e quando il nostro è un ministero preoccupato, anche se non è sul web, del proprio profilo e dei like che raccoglie”. Non è un iperattivista solitario, che si disperde in mille iniziative per sentirsi vivo, e non è un depresso che tira a campare gestendo l’ordinario, senza aperture.

            La vita spirituale del sacerdote ha tre caratteristiche vicendevolmente ineliminabili: è cristocentrica, eucaristica e sinodale.

            Cristocentrica: “Proviamo a registrare per alcuni mesi la nostra omelia, per vedere se è moralistica o stravagante, impressionistica o precettistica, ma fatica ad ‘assumere i contorni’ del Signore Gesù che cammina sulle nostre strade”.

            Eucaristica: “Proviamo a vedere se la messa non è diventata nostra proprietà, e non è più la divina liturgia della Chiesa, perché decidiamo noi che cosa fare, come imbellettarla e renderla stravagante, magari seguendo mode che assolutizzano un aspetto del rito fino a farlo diventare l’unico. La messa non è per far ‘socializzare’ la gente, ma per far crescere la comunione; la messa non è per insinuare il senso del ‘misterioso’ con orpelli e incensi, con paramenti strani e cose astruse, ma per custodire il mistero santo del corpo e sangue di Gesù sacrificato! Non siamo noi a dover cambiare la messa, ma è la messa che cambia noi! Qui tutti gli estremismi mettono in luce le nostre paure e le nostre paturnie, non la docilità alla grande Tradizione della Chiesa!”.

            Sinodale: “… è una vita capace di prendere il respiro dei fratelli e della gente. La parola “sinodale” è ormai così usata, da essere abusata. In genere chi la usa come un’arma chiede una chiesa sinodale sopra di lui, ma sotto di sé è difficile che sia capace di ascolto e comunione. […] La comunione è più facile da scrivere, che da praticare nelle Unità Pastorali Missionarie; la sinodalità è più forbita sulla bocca, che nella cura diuturna delle relazioni di fiducia e coinvolgimento. [… La] ‘sinodalità’: non è solo una forma banale di democraticismo, ma è l’avventura di camminare e abitare con l’umano e nell’umanità della nostra gente!”.

Il futuro

            Che cosa ci riserva il futuro? Se lo domandava già sessanta anni fa François Mauriac e rispondeva con acutezza cristologica: “Quando si tratta della Chiesa, le parole vittoria e disfatta non hanno più il loro senso abituale. Mai la sentiamo così inerme come nei suoi trionfi, né così potente come nelle sue umiliazioni!” (Parole ai credenti, Brescia 1960, p. 62).

            In una trasmissione radiofonica tedesca del 1969, durante quegli anni Sessanta ai quali viene fatto risalire l’inizio della crisi che ha condotto agli scandali recenti, l’allora mons. Joseph Ratzinger offriva un’interpretazione animata dalla speranza che nasce dalla fede, simile a quella del romanziere francese.

            “Il futuro della Chiesa può risiedere e risiederà in coloro le cui radici sono profonde e che vivono nella pienezza pura della loro fede. Non risiederà in coloro che non fanno altro che adattarsi al momento presente. L’uomo vede solo nella misura di quello che ha vissuto e sofferto. Se oggi non siamo più molto capaci di diventare consapevoli di Dio è perché troviamo molto semplice evadere, sfuggire alle profondità del nostro essere attraverso il senso narcotico di questo o quel piacere. In questo modo, le nostre profondità interiori ci rimangono precluse” (in Il Foglio, 13-14 aprile 2019, p. 1).

            Gettando lo sguardo sull’evoluzione verosimile della civiltà occidentale e della sua cultura, sulla rarefazione in essa dei credenti e sulla perdita dei privilegi di cui la Chiesa ha goduto finora, sul suo diventare piccolo gregge, il futuro Pontefice trovava conforto nel pensiero del risorgimento della piccola Chiesa attraverso la rinnovata esperienza della fede e della preghiera, della liturgia e dei sacramenti, perché “… gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà” (l. cit.).

            Allora, “… il tipo di sacerdote che non è altro che un operatore sociale può essere sostituito dalla psicoterapeuta e da altri specialisti, ma il sacerdote che non è uno specialista, che non sta sugli spalti a guardare il gioco, a dare consigli ufficiali, ma si mette in nome di Dio a disposizione dell’uomo, che lo accompagna nei suoi dolori, nelle sue gioie, nelle sue speranze e nelle sue paure, un sacerdote di questo tipo sarà sicuramente necessario per il futuro” (l. cit.).

Roma, 3 luglio 2019
Festa di San Tommaso Ap.