Riscoprire e riprendersi il dono della vita

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Riscoprire e riprendersi il dono della vita

Premessa

I seguenti spunti di riflessione per l’esame di coscienza in questo Tempo di Pasqua, su richiesta degli organizzatori della liturgia della domenica per il Gran Priorato di Roma dell’Ordine di Malta, si pongono in continuazione, ed in un certo senso le presuppongono, con le precedenti proposte per il Tempo di Quaresima (cf http://www.padrebruno.com/senso-di-colpa-o-senso-del-peccato-esame-di-coscienza-o-dincoscienza/). Ovviamente anche questi sono offerti allo stesso tempo a tutti e non per essere letti di corsa, come precedentemente spiegato.

Però, alla luce dei riscontri avuti, in riferimento a queste ultime di carattere generale sul Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, credo opportuno, se non necessario, fare le seguenti precisazioni, riguardanti la remissione della ‘colpa’ per i peccati commessi e le modalità per fruire delle indulgenze per la liberazione delle ‘pene temporali’. In caso d’impossibilità fisica o morale, la persona il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda: “Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è ‘il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire’. Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta ‘perfetta’ (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale” (nn. 1451-1452). Quindi la contrizione perfetta è condizione senza la quale, non si ha la remissione della colpa e non si può usufruire delle indulgenze. Ciò accade sia nel caso di confessione sacramentale individuale con un sacerdote approvato, sia quando questa sia impossibile fisicamente o moralmente, e dunque oltre alla contrizione perfetta si rende necessaria anche la ferma risoluzione, (poi da adempiere effettivamente) di ricorrere appena possibile alla confessione sacramentale. Deve rimanere perciò chiaro che mai l’indulgenza assolve dai peccati, ma il perdono dei peccati (alle condizioni sopra ricordate) ed il rifiuto sincero di essi (“… con l’animo distaccato da qualsiasi peccato…”: Penitenzieria Apostolica, Decreto Circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia, 19-III-2020), sono le condizione senza le quali, non solo è impensabile (invalida)accedere al patrimonio di grazia della Chiesa, costituito appunto dalle indulgenze, ma si tratterebbe di una contraddizione in termini ed una profonda, abusiva incoerenza.

La vita è un dono di Dio

            Il clima proprio della Pasqua, che è quello della vittoria della vita sulla morte in forza della Risurrezione di Cristo, quest’anno ha assunto un valore ed un significato particolare comunque unico per le nostre vite, a causa della pandemia che ha stravolto il nostro agire, i nostri comportamenti, il nostro modo di relazionarci, fino a toccare la parte più intima del nostro essere. Sicuramente per tanti di noi il vivere la Pasqua in questo contesto ha costituito o dovrebbe costituire una spinta a farsi quelle che comunemente sono qualificate come ‘domande esistenziali’, ma che nella realtà sono domande religiose perché riguardano anche il prima ed il dopo del nostro pellegrinaggio terreno: da dove vengo? qual è il senso di ciò che sono e di ciò che faccio? dove vado? La speranza e la nostra preghiera sono che il porci dette domande ci aiuti a non rincorrere il miraggio di voler ritornare allo in statu quo ante (alla situazione precedente), ma che ciò che stiamo vivendo e soffrendo sia un’occasione di grazia per ognuno, per un impegno sincero ed onesto di cambiamento per il meglio.

            Alla luce di queste ragioni ho pensato d’iniziare questi spunti per l’esame di coscienza proprio invitando a riflettere sulla nostra vita in questo contesto di grande insicurezza e problematicità. L’intento è quello di riscoprire che la vita è un dono di Dio, noi non ne siamo i padroni, e detta riscoperta è la condizione per poterla viverla pienamente senza sprecarla, coscienti che è una ed irrepetibile. In questa prospettiva e nel presente clima pasquale sono allora da meditare i seguenti versetti di san Paolo ai Corinzi: “Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2 Cor 5, 15-21). Quindi Dio non solo ci ha creati, ma ci ha ridonato la vita in pienezza con la redenzione mediante Cristo, la sua vita, morte e resurrezione. Ricordandoci così che questa pienezza si darà solo nella misura in cui coglieremo che la vita è un dono che siamo chiamati a ridonare avendo presente quell’Amore che ne è all’origine. Il rischio è che non ci rendiamo conto di questo Amore ovvero ci dimostriamo dei veri e propri ingrati. Non mediteremo mai abbastanza su questo dono della vita che spesso diamo come dovuto e scontato finché qualcosa o qualcuno ci ricorda la nostra fragilità, i nostri limiti, la nostra finitezza. Ognuno lo faccia confrontando la sua vita con la Parola di Dio, ma anche tenendo i diversi tipi di amore che qui ricordo solo per orientarvi nelle distinzioni più ricche che troviamo nella lingua greca.

Agape (αγάπη) è amore di ragione, incondizionato, anche non ricambiato, spesso con riferimenti religiosi: è la parola usata nei vangeli. Agape è l’Amore spirituale o universale che eleva l’uomo e gli fa comprendere che non è lui a possedere Dio ma Dio che lo possiede. L’amore che ci sublima e ci fa volare alto quando diventa amore universale, quindi disinteressato (cf 1 Gv 4).

Philia (φιλία) è l’amore di affetto e piacere, di cui ci si aspetta un ritorno, ad esempio tra amici. Philia è l’amore sentimentale, quello che si stabilisce in un rapporto di complice amicizia, di affiatamento e di comunità di intenti.

Eros (έρως) definisce l’amore sessuale. Eros figlio di Povertà e Acquisto, secondo la concezione platonica, è l’amore carnale in cui esso occultamente manifesta il desiderio egotico del mutuo scambio, di un dare ed avere. Nasce dalla fame e diventa potere di acquisto di qualcosa che ne plachi la bramosia dei sensi.

Qual è la qualità dell’amore nella mia vita? Mi limito all’amore di me stesso o cerco di crescere alla luce dell’amore di Dio per me? (cf Gal 2, 20; Eb 12, 1b-3). In questo contesto è utile rileggere, come ho già consigliato, le così dette Regole di vita Cristiana elencate da sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 313-336), e soprattutto quanto riguarda l’esperienza della consolazione, frutto del compimento di quanto Dio vuole, che mi fa sperimentare la felicità, e della desolazione, effetto del peccato che può solo darmi un piacere momentaneo. Spunti che aiutano a riflettere sul fascino e la seduzione del peccato e sulla sua capacità d’illudere, e che alla fine lascia solo tristezza e rammarico di aver ancora una volta ‘mancato il bersaglio’, sprecato qualcosa di prezioso, alla fine di aver sprecato il dono della vita.

            Concludo riportando alcuni brani significativi (con un breve mio commento e usando il grassetto) di un recente articolo di Alessandro D’Avenia dal titolo ‘Ce la faremo’ in quanto mi sembrano idonei a sviluppare il presente spunto di riflessione per l’esame di coscienza nel contesto del vangelo della III domenica di Pasqua, I discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35). 

“Il mistero è doppio: un uomo morto cammina con i suoi amici che, benché siano in grado di percepirne la presenza, non lo riconoscono. Percepire e riconoscere sono qui posti su due livelli diversi e, pare, incompatibili. […] la rivoluzione accade in modo inatteso: lo straniero, invece di rivelarsi apertamente, continua il cammino con loro, perché sono loro [i discepoli di Emmaus] a dover rivoluzionare un punto di vista inadeguato. I due infatti speravano in un posto nel regno del Messia, ma ‘…ai loro occhi …’ Gesù si era dimostrato un sognatore, e così se ne tornano alla solita vita di prima, senza gusto. Il gusto che si perde quando si è malati: tra i cinque sensi è infatti quello che usiamo come metafora per la qualità della vita. Una vita ‘senza sapore’ è priva di ‘senso’ prova gusto solo chi sa percepire e riconoscere il valore di qualcosa”.

È anche vero, però, che una vita priva di senso non ha sapore, una privazione che è all’origine di tante depressioni e disperazioni. A riflettere bene, scopriamo che sono molte le cose che ci fanno paura e ci spaventano, l’insicurezza economica, la malattia e la sofferenza, la morte, ma consapevoli o no la peggiore è proprio il non trovare più il senso in quello che siamo o in quello che facciamo, scoprire la mancanza di senso, del gusto per la vita. La conferma di questo la trovo nel mio ministero di sacerdote e tra tutte in un’esperienza del primo anno della mia ordinazione (1986) quando visitai due malati terminali di tumore in una clinica a Firenze. Uno accanto all’altro nella stessa stanza, sofferenti e coscienti che probabilmente non avrebbero visto l’alba del nuovo giorno, ma mentre una imprecava e malediceva, l’altro pregava serenamente. Capii allora che non sono le ‘disgrazie’ a fare le differenze nella vita, ma il senso che si dà loro.

Continua D’Avenia: “Per questo il viandante spiega ‘… in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui’, e raddrizza le loro aspettative accecate dal desiderio ristretto di auto-affermazione. Così cura la loro delusione: è inevitabile che tutto ciò da cui speriamo di ricevere senso, se è finito, ci deluda, perché il desiderio umano è infinito per definizione e nessun ‘finito’ potrà mai bastargli. Ma è proprio in situazioni (come la attuale) in cui perdiamo le nostre finite o finte certezze che ci disponiamo a riconoscere l’infinito. Lo straniero ripara la loro ‘svista’: non è la quantità di potere a dare senso alla vita bensì quella di amore [ma quello vero e non il mero sentimento]. Non possono riconoscerlo perché lui è venuto a servire, non a dominare. Loro si aspettavano il trionfo (che scendesse dalla croce e sbaragliasse i nemici), ma l’amore non domina, si dà e lascia liberi, non vince ma avvince e convince. Spesso cerchiamo di nascondere la povertà di amore ricevuto e dato con maschere auto-rassicuranti. Ma quando cadono le maschere, chi siamo? […]

“’Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista’. Cresce il mistero: quando lo vedono non lo riconoscono, quando lo riconoscono sparisce. Riconoscere non è dato agli occhi, ma allo spirito. Capita anche a noi di dire a chi amiamo: non ti riconosco più! L’altro è sparito alla nostra vista, perché dobbiamo ritrovarlo più in profondità. Infatti la delusione dei due, frutto di false aspettative, viene curata e trasformata in desiderio: gli chiedono di rimanere a cena. Ed è allora che lo riconoscono. Il luogo in cui c’è ‘gusto’ è nelle cose quotidiane, vissute con l’apertura e la cura di chi invita un amico a cena. I due infatti ripartono subito verso Gerusalemme per raccontare tutto agli altri. Dovrebbero essere ancora più tristi perché l’hanno perso di nuovo, e invece hanno scoperto che è ovunque, a loro disposizione perché la resurrezione è una rivoluzione da ricevere non da fare. Quando umano e divino cenano alla stessa tavola, allora l’ordinario diventa straordinario. Risorgere è la ricetta per dare infinito gusto alla vita, perché permette di riconoscere la vita nascosta in ogni cosa: a casa, a lavoro, nel dolore, nella fatica, nelle relazioni, nella luce sulle foglie … in tutto, perché solo ciò che viene fatto con e per amore diventa vivo. Così la ‘vita di sempre’ diventa la ‘vita per sempre’. Solo così ‘ce la faremo’”.

Allora, buon esame di coscienza per vivere tutti, nel modo migliore possibile la III domenica di Pasqua.

Roma, Angelicum, 25 aprile 2020

P. Bruno, O. P.