Senso di colpa o senso del peccato? Esame di coscienza o d’incoscienza?

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Senso di colpa o senso del peccato? Esame di coscienza o d’incoscienza?

"Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: 'Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi'" (Gv 8, 31-32).

*La presente riflessione raccoglie le tre previe pubblicate sul Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione.

Sommario: Nota previa; Introduzione; Il significato di alcuni termini: peccato, peccato veniale, peccato mortale; Indulgenze: colpa, pena, peccato-castigo; Esame di coscienza o d’incoscienza?: l’amore verso Dio, l’amore verso se stessi, l’amore verso il prossimo; Conclusione; Bibliografia.

Nota previa

Nei momenti di crisi, nell’incertezza di che cosa sia giusto fare, quando emergono nuove problematiche che richiedono scelte coerenti con la fede che si dice di professare, il cristiano è chiamato a rivolgersi a quel paradigma che è la Parola di Dio alla luce della Tradizione e del Magistero costante della Chiesa. Solo in quella Parola di verità troveremo le risposte e non nelle nostre tante parole ed opinioni, che spesso e volentieri lasciano il tempo che trovano in quanto vengono dallo ‘stomaco’ più che dalla ragione.“Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Eb 4, 12-13). “E se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio. Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia” (1 Pt 1, 17-19).

Le riflessioni che seguono sono state motivate dalla crisi causata dal Covid-19 e dall’impossibilità per moltissimi fedeli di accostarsi alla confessione sacramentale individuale. Vogliono essere una semplice proposta per un percorso di riscoperta di questo Sacramento così importante ed in modo particolare un aiuto per viverlo nella sua pienezza, in modo particolare da meditare durante la Settimana Santa che sta per iniziare.

Sicuramente il momento che stiamo vivendo, al di là di tutti i discorsi, le accuse, le ipotesi, le dietrologie e le diagnosi che ognuno si sente autorizzato a fare agli altri, è un’occasione per ritrovare noi stessi, recuperando la presenza ed il ruolo di Dio nella nostra vita. In un certo senso, ci troviamo nella stessa situazione del cosiddetto figliol prodigo della parabola del Padre misericordioso (cf Lc 15, 11-32): fare l’esperienza di aver sprecato la propria vita allontanandoci dall’amore paterno di Dio. Questa prova deve essere allora un’occasione di grazia e quindi momento favorevole per ritornare con umiltà e convinzione a Dio. Si ascolta e si legge, quasi ovunque in questi giorni, che dopo il Covid-19, l’umanità, le persone non saranno più le stesse. Questo è certo! Ma saranno migliori o peggiori? (V. corsa alle armi, speculazioni finanziarie, organizzazioni criminose che approfittano per fare affari, attacchi informatici di hackers che rubano dati sensibili per realizzare frodi, addirittura distruzione dei dati e dei macchinari di alcuni laboratori d’analisi per il covid-19, ecc.). Questo dipende da me, da te che leggi, nella misura in cui recuperiamo l’amore di Dio come creatore e redentore, e con il suo aiuto (la grazia) ritorniamo a Lui. Quello che stiamo vivendo è l’occasione per iniziare a curare quel ‘delirio di onnipotenza’ da cui è afflitto l’uomo, che da sempre continua a seminare vittime e sofferenza, attraverso un desiderio di conversione del cuore, attraverso il quale recuperare il nostro essere creature, abbandonando l’ingannevole illusione di credersi ‘Dio onnipotente’. Cogliere che in noi è iscritta una legge, il progetto d’amore di Dio su ognuno e sull’umanità, che è vitale riconoscere e realizzare (cf Rm 1). Il Dott. Amedeo Capetti, che opera al Sacco di Milano ha scritto su Il Foglio del 18 marzo u.s.: “In effetti quello che io sto vivendo, ma credo sia esperienza anche di molti altri, è l’avverarsi di un fenomeno che non di rado noi medici vediamo in chi è scampato a un pericolo potenzialmente mortale: l’esperienza di aprire gli occhi e accorgersi che nulla è più scontato. Ossia che tutto è dono, dal risveglio del mattino, dal saluto ai propri cari a ogni piccola piega di un quotidiano che per alcuni è tutto da riempire, per altri come me è diventato, se mai era pensabile, più vorticoso di prima. […] Tutto questo è ricchezza, grazia, che se più gente ne prendesse coscienza potrebbe a mio parere avere anche un grande valore civile: riconoscere che siamo fragili e che tutto ci è donato, a partire dal respiro, oggi così poco scontato, appianerebbe tante divergenze e discussioni inutili” (p. 1). È proprio vero: ammettere la propria povertà è una ricchezza!

Pur invitando tutti, approfittando del tempo a disposizione, a rileggere quanto scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (da ora in poi: CCC) sul sacramento della Penitenza e della Riconciliazione (nn. 1422-1470), mi sembra utile ricordare alcuni punti fermi.

1) In questo momento nel quale è molto difficile, se non impossibile per alcuni, accedere alla confessione individuale (non valida per via telefonica od altro mezzo di comunicazione a distanza), si tenga presente che: a) Dio è ‘abbastanza intelligente’ da capire che ci sono situazioni e condizioni limite e dunque è tanto provvidente da intervenire quando non riusciamo a celebrare i sacramenti, senza costringerci a surrogati assurdi dei sacramenti stessi, che in ultima analisi si rivelerebbero delle deviazioni non solo per il presente, ma molto di più per il futuro; l’impossibilità ad accedere ai sacramenti, non esclude l’accesso alla misericordia di Dio per altre vie, che in ogni caso la grazia di Dio non è legata ai sacramenti (cf Familiaris consortio, 84; Reconciliatio et poenitentia, 34; “C’è però da osservare che Dio, come non ha vincolato la sua virtù ai sacramenti in tal modo da non poterne produrre gli effetti anche senza di essi, …”: San Tommaso, Sum. Teol., III, 64, 7 c.); b) di conseguenza è possibile chiedere perdono con un ‘atto di contrizione perfetto’. Nel CCC leggiamo: “Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è ‘il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire’. Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta ‘perfetta’ (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale” (nn. 1451-1452). La contrizione è un atto della volontà, quindi com’è stato volontario il peccato, volontaria deve esserne la sua riprovazione. La detestazione del peccato per amore di Dio, può essere accompagnato dalla tristezza, dal senso di colpa, e generalmente così avviene per l’unità della persona umana, ma tali emozioni sensibili dicono poco dell’autenticità del pentimento. La contrizione tocca sia il passato che il futuro: perché pentirsi non è semplicemente smettere di peccare, ma implica anche il detestare il peccato commesso; guarda al futuro, perché include il proposito di non peccare più. La sincerità del proposito di non peccare più costituisce la veridicità della contrizione. Questo è il punto fondamentale, dei quali molti non si rendono conto, soprattutto coloro che vengono a confessarsi manifestando che si sentono ipocriti perché sanno che ripeteranno lo stesso peccato e quindi cadono nella tentazione, camuffata da volontà di non essere ipocriti, di non confessarsi più. Queste persone non hanno chiaro proprio questo punto: ciò che Dio mi chiede è il fermo proposito (volontà) di non peccare più, di fare ciò che è nelle mie possibilità, soprattutto con l’aiuto della grazia di Dio ed impegnandomi nel fare tutto quel bene che posso, questo a prescindere dal sapere (intelletto) che probabilmente rifarò quei determinati peccati! Esemplificando: una persona potrà confessarsi per tutta la vita materialmente dello stesso peccato, ma dovrà ogni volta presentarsi con una maturità spirituale maggiore e con lo stesso sincero proposito, con l’aiuto di Dio, di rifiutare il peccato.

2) Per quanto riguarda l’amministrazione di questo Sacramento (individuale), quando possibile e permesso, la Conferenza Episcopale Italiana ha dato i seguenti suggerimenti: “a. Qualora sia amministrato nei luoghi di culto avvenga in luoghi ampi ed areati. Nell’ascolto delle confessioni si mantenga la distanza tra il ministro e il penitente di almeno un metro, chiedendo agli altri fedeli presenti in chiesa di allontanarsi per garantire la dovuta riservatezza. A protezione del penitente e propria, il sacerdote indossi una mascherina protettiva idonea. b. Per la confessione auricolare nella casa di un ammalato o di persona anziana il sacerdote assuma le medesime precauzioni indicate per la Riconciliazione nei luoghi di culto, mantenendo la necessaria distanza dal penitente. Si eviti di stringere la mano prima di congedarsi dal penitente e per salutare i familiari o altre persone presenti nella casa. c. Anche in questo caso, a protezione dell’ammalato o dell’anziano e propria, il sacerdote indossi una mascherina protettiva idonea” (Segretaria Generale della CEI, Suggerimenti per la celebrazione dei sacramenti in tempo di emergenza Covid-19, 17-III-2020). Non prendo qui in esame, perché evidentemente superflua, la possibilità prevista in pochi e determinati casi, ed a certe condizioni, dell’assoluzione comunitaria.

Introduzione

            La cosa più importante, prima di tutto, è il prendere coscienza di che cosa è veramente il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione (Confessione). Esso è l’incontro con la misericordia di Dio, grazie alla morte e risurrezione di Cristo (cf Formula dell’assoluzione). Quindi non ci troviamo di fronte ad un padrone, ma ad un Padre che vuole il vero bene e la vera felicità dei propri figli. Se non è chiaro questo aspetto, sarà impossibile vivere pienamente e con senso questo canale della grazia istituito da Cristo ed offerto a ciascuno di noi. Altrimenti, facilmente, e quasi inesorabilmente, saremo portati a sentirlo o come un momento da evitare per vergogna ovvero come uno sfogo psicologico, quasi uno scaricare materialmente ciò che sentiamo come dei ‘pesi’ o delle ‘macchie’ da lavare/levare con quella lavatrice che per noi è il Sacramento della Penitenza. Un realizzare, in altri termini, ciò che Freud chiamava ‘impulso a confessare’ o attuazione di una sorta di ‘cerimoniale nevrotico’, ma continuando a rimanere ostaggio e vittime del nostro ‘ego’. Quindi, è importante comprendere l’importanza di passare dal ‘senso di colpa’, che proviamo quando abbiamo fatto od omesso qualcosa che avevamo coscienza che dovevamo fare o evitare, con il ‘senso del peccato’, che è riconoscere di avere sprecato un dono Dio, di averlo tradito ed offeso (v. senso della contrizione perfetta). Nel primo caso siamo in un contesto psicologico, nel secondo ci muoviamo in un contesto di amore dove sono in gioco il mio ‘io’ ed il ‘tu’ di Dio, in un rapporto personale, intimo. L’ulteriore differenza, sulla quale è bene riflettere, è che il senso di colpa è sterile o il più di volte porta ad una colpevolizzazione che preclude alla speranza, alla possibilità di cambiare in quanto fissa lo sguardo e rimane prigioniero del proprio ‘ego’, mentre il senso del peccato porta all’incontro con la grazia di Dio che ci apre e ci aiuta a guardare avanti, nella certezza che non siamo soli (cf Fil 4, 13). In questo contesto è utile rileggere le così dette Regole di vita Cristiana elencate da sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 313-336), e soprattutto quanto riguarda l’esperienza della consolazione, frutto del compimento di quanto Dio vuole, che mi fa sperimentare la felicità, e della desolazione, effetto del peccato che può solo darmi un piacere momentaneo. Spunti che aiutano a riflettere sul fascino e la seduzione del peccato e sulla sua capacità d’illudere, e che alla fine lascia solo tristezza e rammarico di aver ancora una volta sprecato qualcosa di prezioso.

Quindi il vivere pienamente questo Sacramento postula un giusto rapporto con Dio ed un corretto senso del peccato. Soprattutto che solo scoprendo l’amore di Dio per me, alla sua luce (non teoricamente ed in modo astratto, ma come sono e per quello che sono, pur sentendo l’invito ad essere una persona migliore), si possono capire il pentimento ed il desiderio di conversione.

In questa ottica consiglio di meditare i seguenti brani della Parola di Dio: Zac 1, 3b-4; Mt 5, 17-19; Luca 15, 11-32; Romani 1, 18-32 (i peccati dei pagani).

Il significato di alcuni termini

            Prima di presentare alcuni principi guida dell’esame di coscienza, sono convinto dell’opportunità, se non della necessità, di riprendere ancora il CCC, su alcuni aspetti che ci aiutano a contestualizzarlo e soprattutto a chiarire il preciso significato di alcuni termini e concetti che vengono usati. In quanto segue, mi sono di proposito limitato nei commenti personali per poter offrire al lettore la possibilità di riflettere non sulle opinioni di qualcuno, ma su quanto contiene il nocciolo della nostra fede. Quindi un’occasione di catechesi con l’augurio che il riscoprire, ripensare onestamente certe verità della fede, possa portarci a recuperarle per impreziosire la nostra esistenza.

            Prima di tutto è importante evidenziare che il sacramento della Penitenza fa pare dei così detti ‘Sacramenti di guarigione’, cioè di quei canali della Grazia che Cristo ha previsto tenendo conto della fragilità della natura umana, della mia peccabilità, nonostante la redenzione da Lui operata attraverso la Sua morte e risurrezione. Al riguardo il Catechismo afferma: “Attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana, l’uomo riceve la vita nuova di Cristo. Ora, questa vita, noi la portiamo ‘in vasi di creta’ (2 Cor 4,7). Adesso è ancora ‘nascosta con Cristo in Dio’ (Col 3,3). Noi siamo ancora nella nostra abitazione terrena (cf 2 Cor 5, 1), sottomessa alla sofferenza, alla malattia e alla morte. Questa vita nuova di figlio di Dio può essere indebolita e persino perduta a causa del peccato” (CCC, n. 1420). “Il Signore Gesù Cristo, medico delle nostre anime e dei nostri corpi, colui che ha rimesso i peccati al paralitico e gli ha reso la salute del corpo (cf Mc 2, 1-12), ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito Santo, la sua opera di guarigione e di salvezza, anche presso le proprie membra. È lo scopo dei due sacramenti di guarigione: del sacramento della Penitenza e dell’Unzione degli infermi” (CCC, n. 1421).

Però è importante non dimenticare che nell’economia della salvezza, tra i sacramenti: “… l’Eucaristia occupa un posto unico in quanto è il ‘sacramento dei sacramenti’: ‘Gli altri sono tutti ordinati a questo come al loro specifico fine’ (San Tommaso, Sum. Teol., III, q. 65, a. 3)” (CCC, n. 1211). Infatti: “L’Eucaristia è ‘fonte e culmine di tutta la vita cristiana’. ‘Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua’” (CCC, n. 1324).

Riguardo al rapporto Eucarestia-peccato, è importante soprattutto tenere presente le seguenti verità: “Come il cibo del corpo serve a restaurare le forze perdute, l’Eucaristia fortifica la carità che, nella vita di ogni giorno, tende ad indebolirsi; la carità così vivificata cancella i peccati veniali.Donandosi a noi, Cristo ravviva il nostro amore e ci rende capaci di troncare gli attaccamenti disordinati alle creature e di radicarci in lui: …” (CCC, n. 1394). “Proprio per la carità che accende in noi, l’Eucaristia ci preserva in futuro dai peccati mortali. Quanto più partecipiamo alla vita di Cristo e progrediamo nella sua amicizia, tanto più ci è difficile separarci da lui con il peccato mortale. L’Eucaristia non è ordinata al perdono dei peccati mortali. Questo è proprio del sacramento della Riconciliazione. Il proprio dell’Eucaristia è invece di essere il sacramento di coloro che sono nella piena comunione della Chiesa” (CCC, n. 1395). Quindi, l’Eucarestia rientra nei ‘Sacramenti dei vivi’, proprio per il fatto che chi si trova in stato di peccato mortale è spiritualmente morto ed i morti non mangiano.

Quanto fin qui enunciato, ci offre l’opportunità di chiarire il significato di alcuni termini e di alcuni concetti non sempre, almeno in base alla mia esperienza, chiari a tutti. Allora propongo di seguito quanto il CCC ci dice riguardo a: peccato; peccato veniale; peccato mortale; Indulgenze: colpa, pena, peccato-castigo; .

Peccato

“Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito ‘una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna’” (CCC, n. 1849).

           Con questo numero, sapientemente, viene ricordato a chi, per il fatto di non uccidere e non rubare vuole credere di non aver commesso dei peccati, che le cose sono ben diverse nella realtà e che il Signore c’invita ad uno scatto di onestà, invitandoci a sottoporci, a quel più piccolo, ma allo stesso il più sovrano tribunale che ci sia su questa terra che è la nostra coscienza (cf san J. H. Newman).

“’Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi.L’accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe. ‘Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa’ (1 Gv 1, 8-9)” (CCC, n. 1847).

Peccato veniale

“Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso” (CCC, n. 1862).

“Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. ‘Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna’” (CCC, n. 1863).

Peccato mortale

“Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore” (CCC, n. 1855).

“Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione: …” (CCC, n. 1856).

            È importante al riguardo ricordare, vista la molta confusione, anche le condizioni che si devono realizzare affinché una persona possa commettere un peccato mortale.

“Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: ‘È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso’” (CCC, n. 1857).

“La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: ‘Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre’ (Mc 10, 19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo” (CCC, n. 1858).

“Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono” (CCC, n. 1859).

“L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave” (CCC, n. 1860).

Indulgenze: colpa, pena, peccato-castigo

            Ho pensato che sia anche conveniente ricordare, nel nostro contesto, il significato delle indulgenze in quanto chiarisce anche la distinzione tra la colpa e la pena. Infatti, leggiamo nel Catechismo:

“La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. ‘L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi’” (CCC, n. 1471).

“Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la ‘pena eterna’ del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta ‘pena temporale’ del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena” (CCC, n. 1472).

“Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’’uomo vecchio’ e a rivestire ‘l’uomo nuovo’” (CCC, n. 1473).

            Quindi, come ha scritto san Giovanni Paolo II in Reconciliatio et paenitentia: “Anche dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza” (n. 31, III). Queste pene vengono dette temporali perché sono legate ad un determinato tempo di purificazione e si distinguono da quelle eterne dell’inferno. Ora le pene temporali possono essere scontate durante il nostro pellegrinaggio terreno con varie purificazioni che preparano l’anima ad entrare in Paradiso (v. le sofferenze per tanti durante questa pandemia, ma anche di tutte le sofferenze spirituali, psichiche e fisiche), oppure vengono scontate dopo la nostra morte nel Purgatorio. Perciò le indulgenze scontano la pena temporale (non terrena) legata questo focolaio infettivo, come l’ha chiamato Giovanni Paolo II. L’indulgenza riguarda dunque la remissione della pena, non della colpa. Rimane chiaro che la remissione della colpa è la condizione per poter partecipare nella condivisione di quel patrimonio di grazia che sono le indulgenze. Con l’indulgenza non si viene assolti dai peccati, ma la remissione dei peccati è la condizione per acquisire i benefici dell’indulgenza.

Vista la pandemia che sta flagellando il mondo, molti si chiedono se questa non sia un castigo di Dio. Essendo fuori luogo il solo pensare di affrontare questa vexata quaestio in questo contesto, ma non volendo deludere molti, mi limito a rinviare al CCC, nn. 399-400 che riassume Gn 3, 14-19: perdita della santità originale e della familiarità con Dio, squilibrio nelle facoltà personali e nel rapporto tra uomo e donna, concupiscenza come fascino verso il male, rottura dell’armonia con la creazione che impone fatica per la sopravvivenza, infine la morte così come la si sperimenta.

Esame di coscienza o d’incoscienza?

“In tal modo, con il punire alcuni peccati, con il perdonarne altri e con il farne servire altri a vantaggio e aiuto dei buoni, Dio, che permette il nascere del male, trae dal male il bene per tutti i buoni. […] Dobbiamo perciò dire che tutto si compie per sua volontà ma distinguendo bene in Dio ciò che permette, da ciò che egli compie, poiché non possiamo dire ch’egli non è giudice. Più esattamente, quando egli giudica e rende a ciascuno secondo le proprie opere (cf 2 Tm 4, 14). […] Egli dunque permette che si commettano i peccati ma non è lui a commetterli. Sebbene a causa di certi peccati Dio abbandoni alcuni in balìa dei desideri del proprio cuore (cf Rm 1, 24) …” (Sant’Agostino, Lettera 282, 8-9).

“Al Regno annunciato da Cristo si può accedere soltanto mediante la ‘metánoia’, cioè attraverso quell’intimo e totale cambiamento e rinnovamento di tutto l’uomo, di tutto il suo sentire, giudicare e disporre, che si attua in lui alla luce della santità e della carità di Dio, che, nel Figlio, a noi si sono manifestate e si sono comunicate con pienezza (cf Eb 1, 2; Col 1, 19 e passim; Ef 1,23 e passim). L’invito del Figlio alla ‘metánoia’ diviene più indeclinabile in quanto egli non soltanto la predica, ma offre anche esempio di penitenza. Cristo infatti è il modello supremo dei penitenti: ha voluto subire la pena per i peccati non suoi, ma degli altri (cf San Tommaso, Sum. Teol., III, q. 15, a. 1, ad 5)” (Paolo VI, Paenitemini, I).

Il parroco di Brescello, Don Camillo, faceva di tutto per salvare i suoi parrocchiani, soprattutto dopo che, avendo messo in dubbio la possibilità di salvarsi di Peppone, si sentì dire dal crocifisso: ‘Nessuno è perfetto, ma nessuno è dannato …’ (cf G. Guareschi, Mondo piccolo), anche se senza pentimento nessuno si redime!

“Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: ‘Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto’. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: ‘Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: ‘Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!’. Ma l’altro lo rimproverava: ‘Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male’. E aggiunse: ‘Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Gli rispose: In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso’(Lc 23, 35-43).

            Perché ho voluto iniziare, dopo aver ricordato sant’Agostino, san Paolo VI e Guareschi, con questo brano dell’Evangelista Luca, questa parte della riflessione sul Sacramento della Riconciliazione, che riguarda direttamente l’esame di coscienza? La domanda non è oziosa e per accertarsene basta leggere i sussidi di ieri su questo argomento, che di solito partono dalla così detta parabola del Figliol prodigo per poi proseguire in dettagliati elenchi di domande, finalizzate a guidare il penitente nell’illuminare la sua coscienza.  Dove, correttamente, l’attenzione è focalizzata su Dio che è Padre misericordioso ed è ansioso di accogliere il ritorno alla vita di un figlio che era spiritualmente morto. Invece, ho deciso di proporre qui una pista di riflessione che, tenendo ferma la priorità di Dio padre misericordioso, cerca di evidenziare maggiormente quelle che devono essere le intenzioni e l’attitudine di fondo, il cuore, di ciascuno di noi che prendendo atto dell’amore infinito di Dio, si rende conto di avere sprecato relazioni con persone, situazioni della propria vita quando, con il peccato, ha di fatto rifiutato questo amore. Scoprendo che di fronte al peccato non è tanto importante il reprimersi, se non proprio il non sprecare.

Una vita che ciascuno di noi in questi giorni, per la pandemia del coronavirus, sta riscoprendo come non scontata e, soprattutto, che si gioca durante un solo tempo, non dandosi tempi supplementari nella partita della vita. In modo particolare, rendendosi conto che questo dono della vita è estremamente fragile se un virus invisibile, può distruggere i nostri polmoni e non permetterci la funzione vitale del respirare, che magari fino a poco tempo prima ci poteva sembrare normale, scontata o addirittura dovuta. La necessità di questa funzione vitale qual è la respirazione per la vita fisica, dovrebbe forse farci venire in mente che anche la nostra vita spirituale necessita dell’ossigenazione e che con il peccato diventiamo di fatto asfittici. Quanto stiamo vivendo è senza dubbio un’occasione propizia, che non possiamo sprecare, per ripensare la nostra esistenza recuperando il senso del nostro essere pellegrini (e non vagabondi), che sanno di essere di passaggio nel tempo verso l’unica certezza che hanno: la méta dell’eternità! Ci sentivamo fino a poco tempo fa ‘onnipotenti’, ma ultimamente ci siamo risvegliati sapendo che siamo tutti ‘malati’ (cf Papa Francesco) e che tutti possiamo morire in camera di rianimazione, soli … La morte non come realtà da esorcizzare pensando che tocca sempre gli altri, ma come qualcosa con cui fare i conti sul momento. Gli effetti dannosi e devastanti di cui ci stiamo rendendo conto in questi giorni a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti sociali, derivano da una soggettività concepita come assoluta, che diventa soggettivismo etico, prigioniero del suo ego, che perciò vanifica o strumentalizza ogni tipo di relazione. Siamo arrivati a voler quasi giustificare l’assurdo: l’uomo, essere finito, che pretende di avere una libertà infinita! Se siamo onesti dobbiamo prima riconoscere tutto questo, ma allo stesso tempo valgono per tutte le parole di una famosa canzone dei A. Venditti: “Quando penso che sia finita, è proprio allora che comincia la salita: che fantastica storia è la vita!” (Che fantastica storia è la vita, 2003). Con la speranza, perciò per ciascuno di noi, che questo inizio della salita sia la nostra conversione all’amore di Dio.

Quindi l’atteggiamento che dobbiamo chiedere a Dio e che dobbiamo impegnarci ad assumere per poter fare un buon esame di coscienza e non d’incoscienza (cf A. Cencini, Vivere riconciliati. Aspetti psicologici, Bologna 2004, pp. 43-44), è quello, prima di tutto, di essere onesti con Dio e con noi stessi, di non illuderci di fare i furbi in questo, o di autoconvincerci di poter barare con Dio e con noi stessi. Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Gv 1, 8). “Riconoscersi peccatori è già un dono di Dio, un atto possibile solo alla luce della fede, una difficile vittoria sulla tendenza alla autogiustificazione” (CEI, Catechismo degli adulti, n. 926).  Ecco perché ho scelto il presente brano di san Luca, per il sottoscritto uno dei più belli e toccanti della Sacra Scrittura, in quanto mi sembra che sia la migliore introduzione a questa prospettiva che individua nell’onestà la condicio sine qua non senza la quale è impossibile mettersi di fronte alla propria coscienza, quindi prima di tutto a Dio ed a noi stessi. Di fatto, dal dialogo tra il Cristo e colui che dalla tradizione è indicato come il ‘buon ladrone’, emerge una verità impregnata di speranza: non importa cosa si è potuto fare o non fare nella vita, l’importante è di riconoscerlo onestamente, confessarlo con un pieno senso di pentimento che include necessariamente il rifiuto di quanto di sbagliato si è compiuto, e la disposizione a riparare, con tutto quello che ciò comporta. Infatti, sarebbe accettabile che qualcuno andasse a confessarsi di aver svaligiato una banca e chiedesse al sacerdote di dargli subito l’assoluzione perché deve fare un’altra rapina?  Quindi nient’altro che i così detti atti del penitente ricordati dal Catechismo, di cui ho già parlato nella Parte Prima: “Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione” (CCC, n. 1491). Tali atti pur essendo esterni, come corrisponde ad un Sacramento (cf CCC, n. 1131), devono essere segno e manifestazione della penitenza interiore e soprattutto animati da essa. In caso contrario sono falsi (ipocriti) se non addirittura intesi come gesti/riti magici. Infatti, questi atti del penitente fanno parte integrante del Sacramento, in quanto si richiede il coinvolgimento e l’impegno della persona interessata per riacquistare lo stato di grazia, analogamente che per guarire, un paziente deve cooperare con il medico che lo cura.

Allora è con onestà che dobbiamo fare il nostro esame di coscienza, che il buon senso e la tradizione della Chiesa c’invita a fare, oltre che in preparazione della confessione o dell’atto di contrizione perfetta, anche alla fine di ogni giornata che Dio ci ha donata, con profondo sentimento di gratitudine. Ora passo a proporre tre verità che dovrebbero illuminare e guidare il nostro esame di coscienza.

La prima verità da non dimenticare mai, riguarda l’amore che Dio ha per me. L’Evangelista Giovanni ci ricorda che: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16); “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 10). La prima cosa, se siamo veramente onesti, è infatti riconoscere e ringraziare Dio in quanto tocco con mano, dalle piccole alle grandi cose, che tutto è un dono, iniziando da quello grazie al quale tutto è reso possibile: il dono della vita. Dio mi ha dato l’esserci e con questo il mio destino alla felicità eterna. Consapevoli che la vita in sé può riservare dolori e sofferenza inenarrabili, san Paolo ci ricorda il senso che solo la fede in Cristo può dare a tutto questo: “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 31-35; 37-39). Scoprendo alla fine, con l’Apostolo che: “Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20).

In questo tempo di Quaresima e specialmente nella Settimana Santa siamo chiamati a meditare sulla crocifissione di Cristo, sulla sua morte in attesa di celebrare la sua Risurrezione. Una croce che ci scandalizza o che reputiamo stoltezza (cf 1 Cor 1, 23), perché ci manifesta che Dio è così diverso dal nostro dio o dagli idoli davanti ai quali ognuno di noi si prostra senza accorgersene (cf Papa Francesco) e che di fatto ci fanno degli schiavi (cf 2 Pt 2, 19). La croce che non rappresenta un destino indecifrabile, ma testimonianza di un amore che rivela l’amore di Dio e il senso di ogni cosa.

Il Dio di Gesù chiede molto alla nostra vita, perché anziché essere a nostra immagine e somiglianza, ci chiede di convertirci al suo progetto d’amore per ciascuno di noi. Questo deve portarci a confrontare il nostro modo di vivere con l’amore di Dio. Noi spesso ricerchiamo solo il nostro egoistico ‘benessere’, non distinguendolo dal ‘bene’. Camuffiamo come ‘amore’ ciò che in realtà è tutto tranne che amore, ce ne riempiamo la bocca ma sempre pensando a noi stessi, nel vedere ed usare tutti e tutto per appagare i nostri desideri e le nostre passioni. Molte volte amiamo più la nostra ‘idea dell’amore’ che amare! Amare, per noi significa, spesso e volentieri, possedere, godere, sfruttando persone e situazioni per un narcisistico appagamento (v. il nostro rapporto con gli altri alla luce del momento presente: sentiamo la mancanza di chi forse prima c’infastidiva con la sua presenza … ). Per Dio amare significa donare il proprio Figlio, per la salvezza di tutti. Allora, questa verità deve portarmi ad impostare ovvero a rivedere il mio rapporto con Dio, a come vivo la mia fede: questa è una necessità non un’opzione! Come mangiamo e beviamo più volte al giorno e se non lo facciamo la nostra vita fisica deperisce ed alla fine muore, così se non nutriamo quotidianamente la fede che abbiamo ricevuto in dono il giorno del Battesimo, questa deperisce fino a spegnersi. Non posso limitarmi a quanto ho ricevuto in occasione della prima Comunione o accontentarmi, ma ho l’obbligo (dovere che si basa su un valore), di coltivare ogni giorno questo dono. Vivere la celebrazione della Santa Messa la domenica o nei giorni di festa, pregare durante la giornata, specialmente alla luce della Parola di Dio, non è un favore che faccio a Dio, è necessario per me! Allo stesso modo che non faccio un favore a nessuno, ma è per me, quando mi nutro e curo il mio corpo ogni giorno. Posso allora dire, senza vergognarmi di me stesso, di non avere il tempo per Colui che mi dona il tempo? O posso arrivare ad auto-illudermi che Dio e sempre con me (anche se io non sono sempre ‘con’ Lui), e non mi serve pregare o andare alla Santa Messa, soprattutto la domenica e gli altri giorni di precetto?

La seconda verità da tenere ben presente riguarda l’amore per se stessi. Nella Regola d’oro ci viene ricordato che: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti” (Mt 7, 12). Il corretto amore per noi stessi, l’uso appropriato dei doni, dei talenti che Dio ci ha fatto, il sentirci amministratori (cf 1 Cor 4, 2), e non padroni di tutto quanto sappiamo abbiamo ricevuto dalla sua bontà, è fondamentale per non sprecare la nostra vita, che non è una nostra proprietà. Solo se ci accettiamo così come siamo, se accettiamo relazioni ed accadimenti per quello che sono, ma c’impegniamo con l’aiuto di Dio nel fare quello che possiamo per migliorare, per rendere anche un peccato o una disgrazia un’occasione di grazia, allora avremo fatto ciò che potevamo e qualsiasi cosa accadrà sarà oggetto di adorazione (cf T. de Chardin). Dovremmo pregare quotidianamente con le stesse semplici parole di Giovanni Paolo I (Albino Luciani): “Signore prendimi così come sono, ma fammi diventare così come tu mi vuoi!”.

Dobbiamo rivalutare nel giusto senso l’amore per noi stessi, in quanto esso è condizione senza la quale è impossibile impostare correttamente il nostro rapporto con Dio e con il prossimo. Nel vangelo di Marco leggiamo: “Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: ‘Qual è il primo di tutti i comandamenti?’. Gesù rispose: ‘Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi’. Allora lo scriba gli disse: ‘Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici’. Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: ‘Non sei lontano dal regno di Dio’” (Mc 12, 28-34).

La terza verità tocca l’amore per il prossimo. “Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede“ (1 Gv 4, 20). L’amore per l’altro, non è teorico, astratto, generico, ma inizia da quello che mi sta più vicino, si fonda sulla nostra natura sociale – abbiamo bisogno dell’altro a livello effettivo ed affettivo – ma alla luce della Rivelazione operata da Cristo, acquista un significato ancora più profondo: se Dio è nostro padre, noi siamo figli, e se siamo tutti figli, tra noi siamo tra noi fratelli! Perciò l’altro non è solo un partner (sarebbe interessante approfondire le ragioni ed il significato dell’attuale moda di chiamare compagna/compagno l’altra/o di una relazione d’amore e non fidanzata/o, moglie/marito, ecc.), di cui ho bisogno per soddisfare le mie esigenze e conseguire i miei fini, ma è intimamente legato al mio destino familiare. In questi giorni di forzata ‘clausura’ ci mancano tante persone, addirittura ci mancano quelle persone per le quali pensavamo di non avere il tempo: ora abbiamo il tempo e ci mancano le persone. Siamo veramente strani e curiosi, per non dire altro! Però in questi giorni sentiamo il bisogno degli altri, anche se la forzata convivenza e lo stress esasperano i rapporti con quelli ci sono ora vicini, confermando questa nostra ‘schizofrenia’ (v. aumento delle richieste di divorzio in Cina alla fine della quarantena).

Allo stesso tempo siamo coscienti che questa battaglia contro la pandemia (ma al di à di questa, contro tutto quello che ci minaccia), e per chi sopravviverà, alle conseguenze che sicuramente avrà, si vincerà solo se saremo uniti, se combatteremo insieme (cf Papa Francesco e Presidente Mattarella). Giustamente è stato notato che: “La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. […] La pandemia ci invita a trasformare radicalmente le nostre relazioni sociali. Oggi il capitalismo conosce ‘il prezzo di tutto e il valore di niente’, per citare un’efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente. Per privatizzarle, le distruggiamo e roviniamo le nostre società, mentre mettiamo a rischio vite umane. Non siamo monadi isolate, collegate solo da un astratto sistema di prezzi, ma esseri di carne interdipendenti con gli altri e con il territorio. Questo è ciò che dobbiamo imparare nuovamente. La salute di ciascuno riguarda tutti gli altri. […] Benvenuti in un mondo limitato!” (G. Giraud, Per ripartire dopo l’emergenza Covid-19, in La Civiltà Cattolica 171 [2020/II] 10; 13; 15). Però, aggiungo che la questione della salute, vale soprattutto per la ‘salute dell’anima’, per la salute spirituale, che riguarda anche le altre anime. Prima di tutto viene la ‘salute’ spirituale e fisica delle persone, perché senza di queste non ha senso parlare di ripresa economica, ambiente e quanto altro. Sarebbe un parlare del niente. Stiamo prendendo coscienza che l’egoismo è ‘miope’ e che non porta risultati duraturi: ora ed in molte altre situazioni, o ci salviamo insieme o soccomberemo insieme, scoprendo che il mio interesse è l’interesse di tutti e viceversa. Questa unità si potrà avere solo se recupereremo il nostro essere figli di Dio e tra noi fratelli, e per nessun altro motivo o scopo! In questo contesto risuonano profetiche le parole, che ritengo opportuno riportare per farne subito oggetto di riflessione da parte del lettore, del Concilio Vaticano II:

“La sacra Scrittura, però, con cui si accorda l’esperienza dei secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell’uomo, porta con sé una seria tentazione. Infatti, sconvolto l’ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli degli altri; cosi il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano. Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio. Per questo la Chiesa di Cristo, fiduciosa nel piano provvidenziale del Creatore, mentre riconosce che il progresso umano può servire alla vera felicità degli uomini, non può tuttavia fare a meno di far risuonare il detto dell’Apostolo: ‘Non vogliate adattarvi allo stile di questo mondo’ (Rm12, 2) e cioè a quello spirito di vanità e di malizia che stravolge in strumento di peccato l’operosità umana, ordinata al servizio di Dio e dell’uomo. Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall’amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo. Redento da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l’uomo, infatti, può e deve amare anche le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve: le vede come uscire dalle sue mani e le rispetta. Di esse ringrazia il divino benefattore e, usando e godendo delle creature in spirito di povertà e di libertà, viene introdotto nel vero possesso del mondo, come qualcuno che non ha niente e che possiede tutto: ‘Tutto, infatti, è vostro: ma voi siete di Cristo e il Cristo è di Dio’ (1 Cor 3, 22). […] Coloro pertanto che credono alla carità divina, sono da lui resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani. Così pure egli ammonisce a non camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita” (Gaudium et spes, nn. 37-38; si consiglia anche di leggere tutto il n. 38).

Questo ci dà l’occasione per enunciare un altro punto fonte di confusione oggi: il rapporto tra peccato personale e peccato sociale. Ogni peccato è personale sotto un aspetto; sotto un altro aspetto è sociale per le sue conseguenze. Ogni peccato personale produce conseguenze più o meno dannose per la Chiesa e la società(cf Reconciliato et paenitentia, nn. 15-16). L’amore per e del prossimo, deve essere perciò compreso in tutta la sua positività a livello sociale e di fede. Ciò implica di rivedere il nostro modo di vivere la libertà, che non può limitarsi alla sua manifestazione infantile di voler fare quello che si vuole, ma implica la matura scelta del vero bene. “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5, 13). Richiede, soprattutto, di riscoprire quanto sia fondamentale la giustizia, verso Dio (virtù di religione, annessa come parte potenziale alla virtù di giustizia: cf San Tommaso, Sum. Teol., II-II, q. 80, a. 1) ed il prossimo, in quanto primo atto richiesto dalla carità..

Alla luce dell’atteggiamento di fondo, l’onestà con Dio, con se stessi e gli altri, e delle tre verità da tenere presenti, ciascuno può fare ora il proprio esame, non d’incoscienza, ma di coscienza. Affinché un tale esame porti frutti di conversione, occorre evitare l’autoreferenzialità e confrontarsi prima di tutto con la Parola di Dio, la sola che, alla fine, ci permette di scoprirci quali siamo veramente. Non prendendo atto solo dei miei comportamenti, ma interrogandomi sul perché e per chi ho fatto o non fatto una determinata cosa. Colui che è convinto di sapere tutto e di conoscere sempre cosa è giusto fare è solo un povero incosciente, come il ‘povero ricco’ del Vangelo, un senza nome, un anonimo, di fronte al povero Lazzaro il cui nome risuona da più di duemila anni (cf Lc 16, 19-20). La conversione non si ottiene in una settimana, o con un colpo di bacchetta magica, ma s’identifica con il nostro pellegrinaggio terreno. Infatti, non dobbiamo dimenticare che la parola ebraica usata per ‘peccare’ esprime l’idea di mancare il proprio bersaglio (‘Peccato’ traduce di solito l’ebraico chattàʼth e il greco hamartìa. In entrambe le lingue le forme verbali [ebr. chatàʼ; gr. hamartàno] significano ‘mancare’, nel senso di fallire un bersaglio o non raggiungere un obiettivo o un punto esatto, sbagliare strada). Intendendo per ‘bersaglio’ quel progetto d’amore che Dio ha previsto per me. Bersaglio e sua mancanza (= peccato) che riuscirò a cogliere solo in un dialogo vivo con Dio, nell’ascolto onesto e fedele della sua Parola, prendendo continuamente coscienza che le Sue vie non sono le mie (cf Is 55, 8; Sal, 51, 6).

In questo cammino lungo e quotidiano di conversione, necessario per noi come il mangiare ed il bere, stiamo attenti di non cadere in quella che è una vera e propria tentazione del demonio: perché perdi tempo? Tanto non cambierai mai! Allora, meditiamo le seguenti parole dell’Apostolo Paolo:

“… quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato” (Rm 7, 17-25).

Questo mi dà l’occasione per ricordare una semplice verità, che mi accorgo dimentico e dimenticano molti: essere cristiano, non è facile o difficile, ma è semplicemente impossibile per le nostre sole forze umane. Però non dimentichiamoci: nulla è impossibile a Dio ovvero nulla è impossibile agli uomini con la grazia di Dio! (cf Mt 19, 26; Lc 1, 37; Rm 8, 3; Eb 11, 16). Allora coraggio: “Non abbandonate la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa” (Eb 10, 35-36), perché Dio gradisce un animo pentito e non disprezza un cuore affranto ed umiliato (cf Sal 50, 19).

San Tommaso afferma, ed è opportuno ribadirlo, riguardo all’ordine che deve avere la carità: “… l‘uomo deve amare se stesso, dopo Dio, più di chiunque altro. E ciò appare chiaro in base al motivo stesso di questo amore. Come infatti si è già notato [a. 2; q. 25, a. 12], Dio viene amato quale principio del bene su cui si fonda l‘amore di carità; l‘uomo poi con la carità ama se stesso in quanto partecipa a tale bene, mentre il prossimo viene amato in forza della sua compartecipazione allo stesso bene. Ora, la compartecipazione è un motivo di amore in quanto costituisce un‘unione in ordine a Dio. Come quindi l‘unità è più dell‘unione, così il fatto di partecipare personalmente il bene divino è un motivo di amore superiore al fatto di avere associata a sé un‘altra persona in questa partecipazione. Per cui l‘uomo deve amare se stesso con la carità più del prossimo. E ne abbiamo un indizio nel fatto che uno non deve mai rassegnarsi al male della colpa, che è incompatibile con la partecipazione alla beatitudine, per liberare il prossimo dal peccato” (Sum. Teol., I-II, q. 26, a. 4, c.).

Quindi, tenendo presente l’ordine della carità che esige di amare prima Dio, poi se stessi e quindi il prossimo, nello schema per l’esame di coscienza, che propongo ora, seguirò detto ordine gerarchico, limitandomi ad indicare, per non allungare ulteriormente il presente testo, i Comandamenti che non sono un divieto ad essere felici (“Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”: Mt 9, 17) e le Beatitudini che sono una proposta per una pienezza di vita (“Beati voi …”: Mt 5, 11), e qualche altro brano evangelico, connesso per ciascuno ambito di relazione.

Tenendo presente quanto ho fin qui cercato di evidenziare, lascio alla maturità ed all’onestà di ciascuno l’approfondimento, rinviando soprattutto al Catechismo, in quella libertà di figli che è basilare (cf Rm 8, 21), nella certezza che solo la conoscenza della Verità ci farà veramente liberi (cf Gv 8, 32; 34-36). In tutto questo: fissiamo lo sguardo su Cristo, dialoghiamo con Lui, incarniamolo nella nostra vita, tenendo presente che proprio: “Il segno sacramentale di questa limpidezza della coscienza è l’atto tradizionalmente chiamato esame di coscienza, atto che deve esser sempre non già un’ansiosa introspezione psicologica, ma il confronto sincero e sereno con la legge morale interiore, con le norme evangeliche proposte dalla Chiesa, con lo stesso Cristo Gesù, che è per noi maestro e modello di vita, e col Padre celeste, che ci chiama al bene e alla perfezione” (Reconciliatio et paenitentia, n. 31, III).

A) L’amore per Dio

“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro (Esodo 20, 2-11; cf Deuteronomio 5, 6-15).

B) L’amore per se stessi

Per i motivi detti, quanto i Comandamenti ricordano nei confronti del prossimo, sono pienamente comprensibili se compresi come un’esigenza prima di tutto nostra quando: siamo genitori, difendiamo la nostra vita; viviamo non solo la fedeltà coniugale, ma anche la dignità della sessualità che non è un giocattolo con cui divertirsi; siamo coscienti del valore di quanto abbiamo acquisito o in stretta relazione con noi; della necessità della verità. “Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Lc 6, 31). “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5, 13). In ogni caso la meditazione della parabola dei talenti che il Signore ci ha affidati come amministratori può aiutarci nell’esame di coscienza riguardo l’amore verso noi stessi (cf Mt 25, 14-30). In questa ottica conviene meditare anche il realismo delle seguenti affermazioni: “Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio’” (Lc 12, 19-21).

In modo tutto unico, il cristiano in questo ambito, è chiamato a fare l’esame di coscienza alla luce del messaggio rivoluzionario rappresentato dalle Beatitudini. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 3-11; cf Lc 6, 20-27). “In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4, 8). Evitando quell’orgoglio puerile ed insensato che dimentica che tutto quello che siamo e possediamo non è nostro, ma ci è stato consegnato da amministrare. Infatti chi è: “… accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, …” (1 Tm 6, 4).

Solo in questo contesto acquistano il vero senso la rinuncia e la mortificazione che sono da sempre state parte del patrimonio spirituale ed ascetico del cristianesimo e che san Paolo sintetizza mirabilmente: “Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, …” (Col 3, 5).

C) L’amore verso il prossimo.

“Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Esodo 20, 12-17; cf Deuteronomio 5, 16-21). Ovviamente, ugualmente, anche in questo ambito, ci si confronti con le Beatitudini, non dimenticando mai che: “Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (1 Gv 2, 9-11).

L’esame di coscienza sia fatto, , soprattutto in questo ambito, sempre alla luce del Padre nostro (cf Mt 6, 9-13), non trascurando una condizione che Cristo ha voluto evidenziare: “Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6, 14-15). Questo: “… perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Mt 5, 45-48). Nel nostro rapporto con gli altri facciamo sempre attenzione, come già evidenziato, a non scambiare l’amore con ciò che è tutto, tranne che amore. Fanno pensare le seguenti parole della canzone di T. Ferro: “… io che da te dovrei soltanto imparare a difendermi non è l’amore quello che ci serve ma è molto più è la verità …” (Amici per errore, 2019).

            Alla luce della mia esperienza di ministro della misericordia, proprio in questi tre ambiti è importante impegnarsi nell’essere onesti, evitando tutte quelle immature pseudo giustificazioni, che continuamente portiamo e delle quali vogliamo autoconvincerci. Per esempio l’andare alla santa Messa di precetto, domenicale e non, solo quando uno se la sente ovvero che non c’è bisogno di andarci perché Dio è dentro di noi. Il volere giustificare comportamenti contrari alla dignità della persona, tempio dello Spirito Santo (cf 1 Cor 6, 19), con lo spreco dei talenti del tempo, dell’intelligenza, della sessualità. Il non riconoscere al nostro prossimo ciò che pretendiamo e chiediamo per noi dagli altri (cf Mt 7, 12) a livello di giustizia e misericordia, come la buona fama, la fedeltà, il dire la verità e l’essere perdonati. Le seguenti parole dell’Apostolo delle genti possono essere un aiuto ad esaminarci al riguardo: “Temo infatti che, venendo, non vi trovi come desidero […] che per caso non vi siano contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini, …” (2 Cor 12, 20); perché: “… invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio” (Gal 5, 21). L’impegno costruttivo è solo nel vincere il male con il bene:

“Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12, 15-21).

Conclusione

Come ho sopra ricordato, molti in questi giorni ribadiscono che il mondo non sarà lo stesso, dopo l’attuale crisi provocata dalla pandemia del coronavirus. Al riguardo mi vengono in mente le parole realistiche, e non pessimistiche, dell’autore dell’Ecclesiaste: “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” (1, 9). Del resto, basta dare uno sguardo sommario a quanto sta avvenendo in questo tempo, per vedere accanto a tanta solidarietà, generosità e sincera fraternità, tanto egoistico opportunismo, una mancata sensibilità al rispetto ed al bene comune, una esagerata moltiplicazione d’ingiustizie che gridano vendetta al cospetto di Dio, il moltiplicarsi della riduzione delle persone ad oggetto (v. internet), una sempre maggiore diffusione della volgarità, quasi istituzionalizzata attraverso giornali, radio, televisione, ed il continuo rifiuto della legge naturale. Questa presa di coscienza deve richiamare me alla conversione! “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2 Cor 2, 6), per me e per te.

Boris Cyrulnik, psichiatra e psicanalista francese, sopravvissuto alle persecuzioni dei nazisti durante l’ultimo conflitto mondiale, spiega, attraverso l’applicazione alla psicologia del concetto di resilienza, mutuandolo dalla fisica meccanica (la capacità di un metallo di resistere agli urti senza spezzarsi), come è possibile usare anche le più inenarrabili sofferenze per essere migliori. Nella presa di coscienza che quando si è protagonisti di una qualsiasi catastrofe che ha modificato irreversibilmente l’esistenza, non bisogna perdere il tempo nel tentare di ristabilire l’ordine precedente, ma impegnarsi nella costruzione di uno nuovo (cf Costruire la resilienza, Trento 2005). Infatti, il passato è passato e non ritorna, il futuro non è nelle nostre mani, l’unica cosa è vivere pienamente e consapevolmente il presente. Recentemente (cf Psicoterapia di Dio, Torino 2018), sviluppa la sua tesi vedendo nella fede in Dio, tra le possibilità, un fattore di resilienza ed equilibrio spirituale-psichico. Tra l’altro egli evidenzia anche che la cosa che dà più forza ad una persona che vive una crisi, è quella di poter essere amata così com’è. La seconda, consiste nel poter raccontare, anche solo a se stessi, il proprio vissuto, perché ciò consente di distanziarsene e dargli un senso. Aspetti psicologici interessanti che occorre non dimenticare, in quanto la persona è essenzialmente unità spirituale-psichica-fisica.

Già a livello di dinamiche psicologiche, tutti sappiamo per esperienza, che solo la scoperta di un qualcosa che mi motiva e mi attrae maggiormente, ci permette di staccarci, di scioglierci da ciò a cui eravamo legati in modo sbagliato in precedenza: solo ciò che è percepito come un piacere ed un bene maggiore, mi dà la forza di staccarmi da ciò che ormai sento insufficiente a riempire il vuoto che è dentro di me. Tutto questo lo realizza solo il vero bene e non le passioni ed il sentimentalismo che durano solo per un soffio di tempo e creano dipendenze monotone. Solo la scoperta di un amore più grande, che mi realizza e mi completa pienamente, mi aiuta a fare le scelte giuste ed a decidermi nel voler rinunciare al mio egoismo che sistematicamente rende arida la mia vita e fa del mio cuore un pezzo di pietra. L’indurimento del cuore è ciò che va evitato, perché il cuore deve essere di carne per pompare sangue e dare vita! (cf Ez 11, 19). Il punto fondamentale è allora proprio questo: la scoperta di un qualcosa d’incredibilmente più vero che mi motiva, mi dà la vera speranza e mi conferma nel perseverare in un cambiamento che non è di un momento, ma dura una vita. Un desiderio di cambiamento che trova la sua prima ragione nel desiderio di vivere in pienezza la vita, di non sprecarla, e non nel reprimersi o nel rinunciare, perché scopro che la vera libertà è scegliere anche di essere liberi da tutto ciò che non mi permette di conseguire il vero bene. Ha scritto A. de Saint-Exupéry: “Una volta sbocciato l’amore, mette radici che non finiscono più di crescere. [… ma] Bisogna cominciare col sacrificio per fondare l’amore. L’amore, in seguito, può sollevare altri sacrifici e impiegarli in tutte le vittorie.” (Pilota di guerra/La morale dell’inclinazione, Milano 2015, Kindle e-book, posizioni 1877; 2191). Coscienti che nella realtà, quando diciamo di ‘amare’ e perché l’amore ci ha scelti! Interessante è lo scoprire dall’etimologia del termine ‘sacrificio’ che viene dal latino sacrum facere, ovvero “compiere un’azione sacra“. Il sacrificio correttamente inteso, anche se genericamente, è il compimento di un’azione che serve a manifestare il mio affetto e la mia riconoscenza a qualcuno o qualcosa che ha grande valore per me. Si decide e si fa di tutto per cambiare in meglio, non solo per se stessi, ma soprattutto per qualcuno o per qualcosa che si è scoperto si deve il cambiamento. Oggi che crediamo che tutto ci è dovuto dagli altri e siamo così accecati dal nostro infantile egoismo, forse recuperare questa dimensione della vita ci aiuterebbe ad essere donne ed uomini maturi.

Solo quando s’incomincia ad intravvedere un qualcuno od un qualcosa che risponde alle mie attese più pure e più vere di pienezza e felicità, che si fa strada il sincero desiderio di cambiare. Un momento, un’esperienza che, nella fede, sappiamo è sempre la manifestazione della tenerezza di Dio per noi.

La possibilità della conversione personale (come ritorno a Dio) deve, allora, aprirci alla speranza come c’invita a fare il racconto dell’adultera perdonata: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 11). Il giudizio di Cristo è differente da quello degli uomini, non è un giudizio che condanna e uccide, all’adultera è dato un giudizio che libera e salva, è consegnata una parola di speranza che dà vita. Allora, nel combattimento per la nostra felicità, che Dio primo tra tutti la desidera per noi, non dimentichiamo mai, neanche per un attimo, che: “… Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori …” (1 Tm 1, 15), e soprattutto che non saremo mai soli, dobbiamo solo avere perseveranza e coraggio e questo perché Cristo è con noi: “… tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Nella speranza che quanto proposto ti potrà essere d’aiuto, ti auguro una proficua Settimana Santa, per arrivare a vivere una vera Pasqua di Risurrezione nel Cristo nostra unica e sola speranza!

Roma, Angelicum, 3 aprile 2020
XXXXI Anniversario dell’inizio
del Postulandato nell’Ordine Domenicano

P. Bruno, O. P.

Bibliografia di riferimento facilmente reperibile (in ordine cronologico): P. Mazzolari, Perché non mi confesso, Bologna 2018; M. Pappalardo, La parabola del buon peccatore. Preparazione alla confessione per giovani ed adulti, Bologna 2017; M. David, Celebrare il perdono, Bologna, 2015; M. David, Vivere il perdono, Bologna, 2015; A. Cencini, Vivere riconciliati. Aspetti psicologici, Bologna 2004; J.-P. Van Schoote – J.C. Claude Sagne, Miseria e misericordia. Perché e come confessarsi oggi, Magnano (VC) 1992; H. Schalk, Confessarsi è difficile perché? Suggerimenti pratici, Roma 1992; G. Atienza, Ho ritrovato l’amore: le più belle pagine sulla confessione, Roma 1996; I. Biffi, Piccola catechesi sulla Riconciliazione, Casale Monferrato 1985; B. Bro, Le secret de la Confession, Paris 1984.