Senso di colpa o senso del peccato? Qualche utile indicazione per distinguere una seduta dallo psicologo dall’incontro con Cristo l’unico Salvatore di ognuno e dell’umanità. (Seconda Parte: la prossima settimana l’ultima Parte)

Senso di colpa o senso del peccato? Qualche utile indicazione per distinguere una seduta dallo psicologo dall’incontro con Cristo, l’unico Salvatore. (Prima Parte: la prossima settimana la Seconda)
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Senso di colpa o senso del peccato? Qualche utile indicazione per distinguere una seduta dallo psicologo dall’incontro con Cristo l’unico Salvatore di ognuno e dell’umanità. (Seconda Parte: la prossima settimana l’ultima Parte)

Nota previa

Come già scritto nella Nota alla Prima Parte, quanto segue mi è stato richiesto per aiutare nell’esame di coscienza i membri del Gran Priorato/Delegazione di Roma dell’Ordine di Malta, in questo momento in cui non è possibile la partecipazione alla celebrazione della Santa Messa Conventuale. Ogni membro dell’Ordine non dimentichi mai che ha liberamente risposto alla vocazione alla santità per la glorificazione di Dio, attraverso la Tutio Fidei e l’obsequium pauperum. Santificazione e glorificazione di Dio che sono espressioni della massima carità. Viste le circostanze, ho deciso di dare anche ad altri la possibilità di condividere queste semplici note, pubblicandole sul mio sito. Consiglio: non pensare di leggere tutto d’un fiato, ma farne oggetto di riflessione durante la settimana.

Il significato di alcuni termini

            Prima di presentare alcuni principi guida dell’esame di coscienza, sono convinto dell’opportunità di riprendere ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), su alcuni aspetti che ci aiutano a contestualizzarlo e soprattutto a chiarire il preciso significato di alcuni termini e concetti che vengono usati. Mi sono di proposito limitato nei commenti personali per poter offrire al lettore la possibilità di riflettere non sulle opinioni di qualcuno, ma su quanto contiene il nocciolo della nostra fede. Quindi un’occasione di catechesi con l’augurio che il riscoprire, ripensare onestamente certe verità della fede, possa portarci a recuperarle per impreziosire la nostra esistenza.

            Prima di tutto è importante evidenziare che il sacramento della Penitenza fa parte dei così detti ‘Sacramenti di guarigione’, cioè di quei canali della Grazia che Cristo ha previsto tenendo conto della fragilità della natura umana, della mia peccabilità, nonostante la redenzione da Lui operata attraverso la Sua morte e risurrezione. Al riguardo il Catechismo afferma: “Attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana, l’uomo riceve la vita nuova di Cristo. Ora, questa vita, noi la portiamo ‘in vasi di creta’ (2 Cor 4,7). Adesso è ancora ‘nascosta con Cristo in Dio’ (Col 3,3). Noi siamo ancora nella nostra abitazione terrena (cf 2 Cor 5, 1), sottomessa alla sofferenza, alla malattia e alla morte. Questa vita nuova di figlio di Dio può essere indebolita e persino perduta a causa del peccato” (CCC, n. 1420). “Il Signore Gesù Cristo, medico delle nostre anime e dei nostri corpi, colui che ha rimesso i peccati al paralitico e gli ha reso la salute del corpo (cf Mc 2, 1-12), ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito Santo, la sua opera di guarigione e di salvezza, anche presso le proprie membra. È lo scopo dei due sacramenti di guarigione: del sacramento della Penitenza e dell’Unzione degli infermi” (CCC, n. 1421).

Però è importante non dimenticare che nell’economia della salvezza, tra i sacramenti: “… l’Eucaristia occupa un posto unico in quanto è il ‘sacramento dei sacramenti’: ‘Gli altri sono tutti ordinati a questo come al loro specifico fine’ (San Tommaso, Sum. Teol., III, q. 65, a. 3)” (CCC, n. 1211). Infatti: “L’Eucaristia è ‘fonte e culmine di tutta la vita cristiana’. ‘Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua’” (CCC, n. 1324).

Riguardo al rapporto Eucarestia-peccato, è importante soprattutto tenere presente le seguenti verità: “Come il cibo del corpo serve a restaurare le forze perdute, l’Eucaristia fortifica la carità che, nella vita di ogni giorno, tende ad indebolirsi; la carità così vivificata cancella i peccati veniali.Donandosi a noi, Cristo ravviva il nostro amore e ci rende capaci di troncare gli attaccamenti disordinati alle creature e di radicarci in lui: …” (CCC, n. 1394). “Proprio per la carità che accende in noi, l’Eucaristia ci preserva in futuro dai peccati mortali. Quanto più partecipiamo alla vita di Cristo e progrediamo nella sua amicizia, tanto più ci è difficile separarci da lui con il peccato mortale. L’Eucaristia non è ordinata al perdono dei peccati mortali. Questo è proprio del sacramento della Riconciliazione. Il proprio dell’Eucaristia è invece di essere il sacramento di coloro che sono nella piena comunione della Chiesa” (CCC, n. 1395). Quindi, l’Eucarestia, che la fede cattolica ci ricorda, rientra nei ‘Sacramenti dei vivi’, proprio per il fatto che chi si trova in stato di peccato mortale è spiritualmente morto ed i morti non mangiano.

In questo contesto e vista l’impossibilità per molti di potersi accostare alla Comunione sacramentale, è forse utile ricordare il senso e le condizioni della Comunione spirituale. Alla base della scelta di fare la Comunione spirituale può esserci l’impossibilità – materiale o morale – da parte del fedele di ricevere la Comunione sacramentale. Per goderne tutti i frutti, è necessario essere in grazia di Dio. Il proposito di andarsi a confessare, unito al pentimento dei peccati commessi, può essere già un segno che la grazia di Dio ci ha raggiunti, sebbene non si sia ancora fatta la confessione sacramentale. Rimane fermo che la Comunione spirituale non rende superflua la Comunione sacramentale: “Tuttavia non è inutile la Comunione sacramentale; perché questa produce l’effetto del Sacramento più perfettamente del solo desiderio [che è proprio della Comunione spirituale]” (san Tommaso, Sum. Teol., III, q. 80, art. 1, ad 3).

Quanto fin qui enunciato, ci offre l’opportunità di chiarire il significato di alcuni termini e di alcuni concetti non sempre, almeno in base alla mia esperienza, chiari a tutti. Allora propongo di seguito quanto il CCC ci dice riguardo a: peccato; peccato veniale; peccato mortale; indulgenze, colpa, pena.

Peccato

“Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito ‘una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna’” (CCC, n. 1849).

           Qualche numero, sapientemente, viene ricordato a chi, per il fatto di non uccidere e non rubare vuole credere di non aver commesso dei peccati, che le cose sono ben diverse nella realtà e che il Signore c’invita ad uno scatto di onestà, invitandoci a sottoporci, a quel più piccolo, ma allo stesso il più sovrano tribunale che ci sia su questa terra che è la nostra coscienza (card. Newman).

“’Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi.L’accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe. ‘Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa’ (1 Gv 1, 8-9)” (CCC, n. 1847).

Peccato veniale

“Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso” (CCC, n. 1862).

“Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. ‘Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna’” (CCC, n. 1863).

Peccato mortale

“Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore” (CCC, n. 1855).

“Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il principio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa della misericordia di Dio e una conversione del cuore, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione: …” (CCC, n. 1856).

            È importante al riguardo ricordare, vista la molta confusione, anche le condizioni che si devono realizzare affinché una persona possa commettere un peccato mortale.

“Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: ‘È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso’” (CCC, n. 1857).

“La materia grave è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: ‘Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre’ (Mc 10, 19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo” (CCC, n. 1858).

“Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono” (CCC, n. 1859).

“L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave” (CCC, n. 1860).

Quindi, quanto è maggiore l’intensità della passione, tanto maggiore è l’intensità della volontà con cui un atto umano, un’azione viene fatta, ma tanto minore sarà la volontarietà o grado di responsabilità morale.

Indulgenze

            Ho pensato che sia anche conveniente ricordare, nel nostro contesto, il significato delle indulgenze in quanto chiarisce anche la distinzione tra la colpa e la pena. Infatti, leggiamo nel Catechismo:

“La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. ‘L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi’” (CCC, n. 1471).

“Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la ‘pena eterna’ del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta ‘pena temporale’ del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena” (CCC, n. 1472).

“Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’’uomo vecchio’ e a rivestire ‘l’uomo nuovo’” (CCC, n. 1473).

            Quindi, come ha scritto san Giovanni Paolo II in Reconciliatio et paenitentia: “Anche dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza” (n. 31, III). Queste pene vengono dette temporali perché sono legate ad un determinato tempo di purificazione e si distinguono da quelle eterne dell’inferno. Ora le pene temporali possono essere scontate durante il nostro pellegrinaggio terreno con varie purificazioni che preparano l’anima ad entrare in Paradiso (v. le sofferenze per tanti durante questa pandemia ma anche di tutte le sofferenze spirituali, psichiche e fisiche ), oppure vengono scontate dopo la nostra morte nel Purgatorio. Perciò le indulgenze scontano la pena temporale (non terrena) legata questo focolaio infettivo, come l’ha chiamato Giovanni Paolo II. L’indulgenza riguarda dunque la remissione della pena, non della colpa. Rimane chiaro che la remissione della colpa è la condizione per poter partecipare nella condivisione di quel patrimonio di grazia che sono le indulgenze. Quindi, con l’indulgenza non si viene assolti dai peccati, ma la remissione dei peccati, tramite l’assoluzione sacramentale o l’atto di contrizione perfetto, è la condizione per acquisire i benefici dell’indulgenza.

Roma, Angelicum, 25 marzo 2020
Solennità dell’Annunciazione
Alba della nostra Salvezza

P. Bruno, O. P.