Sistematica e contenuto del Corso fondamentale sul diritto nella Chiesa. La scelta e la proposta dei due volumi di Carlos José Errázuriz Mackenna

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Sistematica e contenuto del Corso fondamentale sul diritto nella Chiesa. La scelta e la proposta dei due volumi di Carlos José Errázuriz Mackenna

ERRÁZURIZ M., CARLOS J., Corso fondamentale sul Diritto canonico, 2 voll., Milano 2009; 2017.

Il seguente testo, senza le note e parziale , è stato pronunciato durante la Tavola Rotanda per presentare i due volumi presso la Pontificia Università della Santa Croce, lunedì 14 maggio 2018. Il testo integrale sarà pubblicato prossimamente.

Saluto

Prima di tutto vorrei rivolgere il mio cordiale saluto alle autorità, ai chiarissimi colleghi ed ai cari studenti presenti. Inoltre, vorrei ringraziare sinceramente gli organizzatori del presente evento, per il gentile invito a far parte di questa Tavola rotonda in occasione della presentazione dell’opera del caro e stimato collega, il prof. Carlos José Errazuriz.

Dato il breve tempo a disposizione, e per la tranquillità dell’uditorio, dico subito che, seguendo il titolo che mi è stato assegnato (che mi affida in questa presentazione la parte più generale), il mio intervento consisterà: 1) in una breve Premessa; 2) nella presentazione degli elementi portanti dell’opera (Sistematica); 3) in una schematica presentazione del Contenuto; 4) nella Conclusione che cercherà di evidenziare “la scelta” e la “proposta” del prof. Errazuriz con la presente opera.

Premessa

           Pur correndo il rischio di essere frainteso, nel senso che quanto dirò potrà suonare per qualcuno come un’adulazione, ingiustificata e fuori luogo, devo dire onestamente, che la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo una dopo l’altra la maggior parte di quest’opera di ben 1.310 pagine, è stato il Prologo che san Tommaso scrisse alla sua Summa Theologica, dove leggiamo:

“Poiché il dottore della verità cattolica deve istruire non solo gli iniziati, ma anche i principianti, […] l‘intento che ci proponiamo in quest‘opera è di esporre quanto riguarda la religione cristiana nel modo più adatto alla formazione dei principianti. Abbiamo infatti notato che i novizi in questa disciplina trovano un grande ostacolo negli scritti dei vari autori: in parte per la molteplicità di questioni, articoli e argomenti inutili; in parte anche perché le cose che essi devono imparare non vengono insegnate secondo l‘ordine della materia, ma piuttosto come richiede il commento di dati libri o l‘occasione delle dispute; e finalmente anche perché quel ripetere sempre le medesime cose produce negli animi degli uditori fastidio e confusione. Cercando quindi di evitare questi e altri simili inconvenienti tenteremo, confidando nell‘aiuto di Dio, di esporre la dottrina sacra con la maggiore brevità e chiarezza consentita da tale materia”.

Infatti, la prima impressione che ho avuto, confermata man mano che proseguivo con la lettura, è stata proprio quella di trovarmi di fronte ad un vero e proprio Trattato di Diritto canonico, piuttosto che ad un ordinario Manuale ad uso dei soli studenti (cioè, quei “principianti” del Prologo alla Summa). Un vero e proprio Trattato che in maniera propria ed originale presenta (soprattutto in alcuni punti e sotto determinati punti di vista), tutta la materia/scienza che fa parte della disciplina del Diritto canonico. Quindi per rimanere fedele al tema ed al tempo che mi sono stati assegnati, cercherò di presentare in modo spero chiaro e sintetico, la sistematica che è alla base e struttura i due volumi e successivamente il loro contenuto, che non è altro, come cercherò di evidenziare, una declinazione a tutto campo e nei diversi ambiti, dell’idea di Diritto e di Diritto canonico propria dell’A.

Un ultima cosa alla quale vorrei accennare in questa premessa, riguarda il fatto, senza dubbio significativo, che ci troviamo di fronte ad frutto di un concepimento affatto singolare: ‘un parto gemellare’ distanziato nel tempo, dove il I volume (588 pp.), ha visto la luce nel 2009 ed il II (722 pp.), solo nel 2017, quindi dopo otto anni! Segno di una redazione ponderata e meditata nel tempo.

Sistematica

Il primo aspetto che mi è stato chiesto di presentare riguardo al presente Trattato di Diritto canonico, riguarda, come appena detto, la sua sistematica. Ovviamente il termine è preso in senso traslato dal suo significato originale, quindi qui è inteso nel senso dell’ “… insieme dei fondamenti teorici e dei principî metodologici di una scienza o di una disciplina; […], il metodo di ordinamento delle conoscenze, delle dottrine, delle verità in un complesso organico o sistematico”. A ben vedere, però, queste esigenze proprie di ogni scienza o di ogni disciplina, acquistano una valenza propria e ne aiutano la comprensione, soprattutto alla luce del fine che ci si propone. In altre parole, tenendo presente che il fine è il primo nell’intenzione e ultimo nella realizzazione, risulterà di grande importanza per comprendere la sistematica di tutto il Trattato, riuscire a cogliere anche l’idea centrale dalla quale nasce, ovviamente, questo insieme all’obiettivo che l’A. si è prefissato nello sviluppare la sua tesi.

Però, prima di proporre, quello che a mio sommesso avviso, sono l’idea centrale, il fine e la sistematica della presente opera, mi sembra opportuno dire subito qualcosa riguardo all’importanza di uno studio inserito in un contesto ed orizzonte il più ampio possibile e non relegato alle mere specializzazioni. Lo faccio citando un grande amico e già collega del prof. Errazuriz, il Card. Péter Erdő, attuale Arcivescovo di Esztergom-Budapest. Egli, parlando del progetto culturale e della prassi in molti centri di studio di andare subito e direttamente alle fonti degli autori famosi, notava: “Ravviso infatti un certo pericolo di fondamentalismo, perché prima di leggere i grandi autori bisogna disporre delle categorie: occorre cioè frequentare un corso sistematico sulla teologia dogmatica, poi nel contesto di un seminario scientifico si può dire: ‘Quest’anno leggiamo una certa opera …’ […] senza un corso sistematico di patrologia, leggere i testi dei Padri non è molto produttivo, perché non possiamo collocarli nel loro contesto. Il lavoro sulle fonti va quindi affiancato ai corsi istituzionali”. Questo ovviamente vale anche, se non ancora di più, per la disciplina del Diritto canonico se non vuole ridursi a mera esegesi. Questa attenzione, che alcune volte sembra quasi essere una preoccupazione, da parte dell’A., di ‘contestualizzare’ il dato normativo, pervade tutta l’opera. Detta contestualizzazione si concretizza, a seconda dei casi, prendendo in considerazione vari orizzonti o livelli: filosofico, Rivelazione (Scrittura-Tradizione), teologico, storico, magisteriale, dottrinale, ecc.

Ma allora qual è l’idea di Diritto che è presupposta ed allo stesso viene usata in tutta l’opera? Essa è quella propria della cosiddetta ‘Scuola di Navarra” o come preferisce chiamarla Javier Hervada, la ‘Scuola di Pedro Lombardía’, Maestri del e per il prof. Errazuriz. Ius est obiectum iustitiae: il Diritto è ciò che giusto e per il Diritto canonico, ciò che è giusto nella Chiesa di Cristo ed è, quindi, vero diritto. Lo stesso A. l’afferma chiaramente già nella Premessa o poi nell’Introduzione. “In questi autori si è verificato un interessante processo di chiarificazione ed approfondimento del diritto nella Chiesa. Discostandosi da ogni positivismo giuridico […], essi hanno dapprima preso coscienza dell’indole veramente giuridica del diritto divino […], come aspetto integrante assieme al diritto umano l’unico ordine giuridico della Chiesa. Poi si sono resi conto che il diritto canonico non è solo disciplina e autorità, ma anche legittima libertà dei fedeli. I diritti fondamentali dei fedeli si fondano sulla verità della Chiesa, e perciò non si contrappongono alla disciplina e all’autorità. Negli ultimi anni Hervada ha proposto di rivedere il diritto canonico alla luce del classico concetto di diritto come oggetto della giustizia. Su tale traccia si pone l’esposizione che segue, poiché la riteniamo un presupposto fondamentale per trovare un rinnovato senso del diritto che, evitando tanti malintesi, riesca a potenziare l’attuazione della dimensione della giustizia all’interno del Popolo di Dio”.

Quindi alla luce di un tale concetto centrale di Diritto, si evidenziano tutta una serie di elementi costitutivi e principi che pervadono e sostengono tutta la sistematica dell’opera. Per ragioni di tempo ne menziono solo alcuni, quelli che a mio avviso sono i più importanti e soprattutto i più attuali.

  • Il Diritto canonico non è un Diritto “diverso” o “analogo” al Diritto secolare, anche se ci sono differenze a motivo delle caratteristiche che le sono proprie e che ne tratteggiano l’identità che permette di non confondersi con le altre realtà. Quindi: “Essere canonista è essere giurista”.
  • Nel Diritto canonico, inteso come ciò che è giusto nella Chiesa, è vitale distinguere ciò che appartiene al livello essenziale/costituzionale, e quindi fa parte di quel cosiddetto giuridico-dommatico, che in quanto tale non può cambiare, e ciò che invece, appartiene allo storico/contingente e che quindi può ed anzi in alcuni casi deve cambiare, per adattarsi alle esigenze ed alle dinamiche della vita (ma non dei gusti o delle emozioni del momento!).
  • Il Diritto canonico non è l’Ordinamento giuridico della Chiesa cattolica, né tanto meno può essere identificato con il Codice di Diritto Canonico. Infatti, viene ribadito più volte e chiaramente in tutta l’opera, presentando i vari ambiti del Diritto canonico, che al centro del Diritto ci sono i rapporti intraecclesiali di giustizia e non le varie norme canoniche, i canoni (il diritto norma) Alla luce di questa importante puntualizzazione, si capisce quello che per me può esse indicato come approccio/metodo sistematico-esegetico scelto dall’A. nello studio e nella presentazione del Diritto canonico (e non di quello meramente esegetico o esegetico-sistematico).
  • Essendo il Diritto ciò che è giusto ed il Diritto canonico ciò che è giusto nella Chiesa: “… il diritto è inseparabile dalla giustizia, in quanto è precisamente il suo oggetto, vale a dire ciò che è giusto. Agire secondo giustizia significa dare a ciascuno ciò che è il suo diritto Di conseguenza questo diritto precede la giustizia, la quale si definisce in funzione di tale presupposto” (p. 16). In concreto questo significa il costante rinvio al Diritto divino, naturale e positivo e che l’uomo non è legge a se stesso. Per questo, giustamente, Erich Kaufmann, scrisse che lo Stato non crea Diritto, lo Stato crea leggi, e Stato e leggi stanno sotto il Diritto. Questo, ovviamente, vale anche per quell’istituzione che è la Chiesa cattolica.
  • Un altro punto da segnalare, riguarda la peculiarità dell’Ordinamento giuridico canonico. “La giustizia intraecclesiale s’inserisce, come una dimensione intrinseca, nell’insieme della vita della Chiesa. Questa vita non si può concepire senza diritto, non già nel senso delle norme umane (che peraltro sono sempre esistete), bensì in quello di ciò che è giusto nella Chiesa. Una vita ecclesiale sulla terra senza diritto costituisce semplicemente un impossibile, un’utopia contraria alle esigenze della stessa vitalità cristiana, personale e comunitaria, e che può celare ogni genere di ingiustizia. Ugualmente, sarebbe del tutto fuorviante voler limitare la vita ecclesiale ai soli aspetti giuridici. Il difetto del giuridismo proviene proprio da una esagerazione del diritto [nell’assegnarle una funzione che non le conviene e non le compete!], che dimentica le altre dimensioni della Chiesa, a cominciare da quella prioritaria dalla carità. Tale esagerazione si traduce nella pretesa di risolvere i problemi pastorali con i soli mezzi del sistema giuridico il che è assai pericoloso, perché spesso porta per reazione all’estremo opposto, alla pretesa cioè di risolverli senza tener conto della giustizia. La carità deve informare tutto, anche il vivere la giustizia, la quale però è presupposto indispensabile per poter andare generosamente oltre nel servizio della Chiesa e delle anime”. Quindi, “… ciò che il canonista, in quanto giurista, cerca di sapere è quali siano i rapporti di giustizia esistenti nella Chiesa, e pertanto quale sia la soluzione giusta da dare alle questioni poste dalla vita ecclesiale. A questo fine serve certamente molto la dimestichezza con le norme canoniche, poiché esse sono per l’appunto regole di giustizia, che dichiarano il diritto divino e determinano quello umano (cfr. cap. III). Tuttavia, non va dimenticato che il punto di riferimento fondamentale per l’interpretazione delle stesse norme è la giustizia intrinseca ai rapporti intersoggettivi. Tale realismo consente di comprendere il vero significato delle regole, e di accertare i limiti propri di ogni norma umana, dinanzi ai quali la stessa giustizia consiglia di separarsi dal testo per meglio identificarsi con la sostanza del diritto canonico: la giustizia intraecclesiale (sull’interpretazione delle leggi, cfr. nn. 53-55)”. È importante sottolineare che detto realismo giuridico, è l’unico che ha le potenzialità e le capacità di contrastare non solo quello che è una vera e propria patologica degenerazione della giuridicità, il giuridismo, ma anche quella “antigiuridicità” di matrice ideologica, che in questi ultimi tempi sembra più diffondersi ed imporsi sembra di più a tutti i livelli nelle varie società.
  • Un ultimo aspetto che mi preme evidenziare, lasciando i molti altri alla scoperta dei lettori, tocca proprio l’interpretazione. L’A. invita a non scambiare il sistema giuridico per il Diritto, rendendo di fatto impossibile una vera interpretazione giuridica. Infatti, quando questo avviene: “Al suo posto subentra, da un lato, un mondo teorico, quello dei testi legali e delle altre fonti giuridiche intesi come autoreferenziali, e dall’altro l’arbitrarietà nella risoluzione dei problemi giuridici concreti, cui le norme sembrano offrire soprattutto degli strumenti al servizio degli interessi soggettivi delle parti. Il realismo giuridico implica l’ammettere che nella realtà umana c’è un’intrinseca dimensione di giustizia, e che concretamente nei rapporti di giustizia intraecclesiali tale dimensione proviene anzitutto dall’essere stesso della Chiesa. Ciò implica tener conto in modo effettivo del diritto divino nel lavoro giuridico, non quale mero limite o fondamento remoto, bensì come orizzonte costante dell’ermeneutica. L’ermeneutica giuridica, per essere veramente giuridica, deve superare gli schemi del positivismo, che nel limitarsi alle sole norme positive impediscono la comprensione delle stesse norme positive. […] Nella prospettiva realistica l’interpretazione della legge s’inserisce necessariamente nel contesto più vasto dell’insieme di conoscenze di cui il giurista deve disporre per risolvere una questione di giustizia”.

Contenuto

Essendo fuori luogo il solo pensare di poter presentare, anche sommariamente il contenuto del presente Trattato, rinvio agli schemi riassuntivi in appendice. L’unica cosa che mi sembra importante sottolineare, è che la tesi propria dell’A., cioè lo Ius est obiectum Iustitiae, è declinata a 360°, con differente modulazione, in tutti gli ambiti del Diritto ecclesiale: filosofico, teologico, storico; riguardo i soggetti ecclesiali del Diritto: i beni giuridici ecclesiali, il riconoscimento e la tutela dei diritti nella Chiesa a livello procedurale e penale, ed infine, nei rapporti tra la Chiesa e la Società civile (denominazione che l’A. preferisce a quella usuale di Comunità politica). Ognuno nei singoli sedici capitoli, alla fine ha una bibliografia ragionata ed aggiornata, utile per ulteriori approfondimenti da parte del lettore.

Qui mi limito solo a segnalare, per la loro originalità, il contenuto dei capp. XII: il servizio della carità, e XVI: I rapporti tra la Chiesa e la Società civile.

Cap. XII: il servizio della carità.

Dopo aver esaminati i beni quali: la parola, la liturgia, i sacramenti, in modo particolare il matrimonio e la famiglia (Libri III e IV del CIC) e prima di trattare i beni temporali (Libro V), l’A. affronta con originalità il tema della carità. Questo dopo aver accennato ad un’altra categoria: i beni culturali della Chiesa (necessari per svolgere liberamente la sua missione). V. Enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est (2005) ed il successivo M.P. Intima Ecclesiae natura (= sul servizio della carità: 2012), che hanno messo più in evidenza il bene giuridico ecclesiale del servizio della carità. Questa è presentata da DCE 25 in una triade insieme alla parola di Dio ed i sacramenti: L’intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro”. Sottolinea il servizio alla carità e la sua dimensione giuridica essenziale (v. can. 1254): le opere di carità tra i fini del patrimonio economico ecclesiale, ma è riduttivo concepire il servizio della carità quale mera distribuzione di beni materiali ai poveri.

Detto “servizio della carità” deve essere correttamente compreso. Con ciò non si vuol dire che l’annuncio della parola e la celebrazione dei sacramenti, non siano anch’essi un’espressione del servizio della carità nella Chiesa. D’altra, da essa non si deve dedurre la negazione “… della distinzione strutturale tra giustizia e carità all’interno della Chiesa, né in generale né per quel che riguarda l’ambito specifico del servizio della carità. È vero che, come insegna il Concilio Vaticano II, il Popolo di Dio ‘ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13, 34)’ (LG, 9b), per cui anche i doveri di giustizia in senso giuridico derivanti dall’esistenza di quel Popolo costituiscono esigenze dell’amore cristiano. Ciò non vuol dire che nell’ambito canonico si verifichi una sorta di identificazione tra giustizia e carità, contraria alla reale complessità dell’esperienza interpersonale ecclesiale, che distingue tra ciò che è dovuto a qualcuno come suo diritto e ciò che viene dato gratuitamente come dono. [… in ogni caso si dà sempre la] priorità operativa della giustizia come primordiale manifestazione di carità, e la medesima priorità etica e salvifica della carità”.

Cap. XVI: I rapporti tra la Chiesa e la società civile

In nota l’A. spiega la scelta usare società civile al posto di comunità politica. Questo per mettere in evidenza che la questione giuridica fondamentale riguarda la dimensione civile dei diritti ecclesiali delle persone e delle istituzioni legate alla Chiesa. Alla tutela e promozione di tali diritti nella società civile servono i rapporti istituzionali tra Chiesa e soggetti politici di vario livello, eventualmente con accordi. La sostanza di questa materia è giuridica e solo secondariamente politica, in quanto il bene comune tanto della Chiesa quanto della società civile richiede il concorso delle autorità rispettive per attuare il riconoscimento e la tutela di quei diritti.

Secondo il liberalismo laicista più rigoroso, la Chiesa non ha un vero ordinamento giuridico, non potendosi dire in nessun senso giuridicamente sovrana o indipendente nel suo ambito. “Infatti, sotto il profilo giuridico, che tende ad essere identificato con quello delle norme del diritto statale, la Chiesa appare come un’associazione, cui lo Stato riconosce ed attribuisce personalità giuridica. Viene naturalmente negata ogni competenza veramente giuridica dell’autorità ecclesiastica, anche nei riguardi dei propri fedeli”. Quindi, si sostiene la sola validità del matrimonio civile e rifiuto di riconoscere qualsiasi forma di quello religioso.

Ugualmente interessante l’annotazione circa la differenza tra sana autonomia e la separazione tra Stato e Chiesa frutto dell’impostazione laicista. Diverso il modello USA al momento dell’indipendenza nel 1776 e nel I emendamento del 1791 che vieta allo Stato di assumere una religione o di proibirla.

Conclusione (scelta e proposta dell’A.)

Alla luce di quanto ho tentato di evidenziare, mi sembra chiara la scelta dell’A. nel redigere questo organico e sistematico Trattato di Diritto canonico. La scelta di ripensare tutto il Diritto canonico, e di conseguenza di presentarlo essenzialmente, come ciò che è giusto nella Chiesa! Questo con l’intento di riuscire a suscitare l’interesse di coloro che si accostano, per varie ragioni, al Diritto canonico. In altri termini, di riuscire a toccare la corda giusta nella personalità del lettore: dello studente prima di tutto, ma, per le ragioni presentate, a nostro avviso anche per il cultore ed operatore del Diritto che sia. Qual è questa corda? La passione per la persona/fedele (cf can. 96). Il vero giurista, ci ricorda il prof. Errazuriz con questo Trattato, non ama il Diritto e la Giustizia per se stessi, ma per il bene delle persone e dei fedeli, e per questo è chiamato a vivere con passione quello che gli antichi romani sentivano come una funzione ed un ruolo sacri. Perciò non mi sembra fuori luogo ricordare quanto leggiamo nel Digesto ed attribuito ad Ulpiano: “1.Qualcuno, meritatamente, potrebbe chiamarci sacerdoti del diritto: infatti, coltiviamo la giustizia e professiamo la conoscenza del buono e dell’equo separando l’equo dall’iniquo, discernendo il lecito dall’illecito, desiderando rendere buoni gli uomini non solo con il timore delle pene ma anche con l’esortazione dei premi …”.

Di conseguenza si capisce la proposta dell’A., non solo a livello didattico per gli studenti, ma per quanti s’interessano o devono applicare il Diritto canonico, cioè quella di far recuperare a tutti il senso ed il significato più profondo del Diritto canonico per la vita della Chiesa, del Popolo di Dio. Un aiuto ad accostarsi al Diritto canonico, non come strumento di potere o di mortificazione della libertà dei figli di Dio, ma invece come ciò che può contribuire a vivere nella verità e quindi pienamente la libertà che Dio ci ha data. L’opera di Errazuriz è uno significativo contributo ad uscire da una visione normativista/positivista del Diritto canonico, ed a maturare nel nostro vivere quotidiano la dimensione ecclesiale, rendendosi conto che l’unico vero problema non è quello di avere o non avere norme giuridiche, ma solo quello di avere buone norme giuridiche, norme giuste che riconoscano il suum di Dio, della Chiesa e dell’altro. Un concreto aiuto, quindi, a maturare un atteggiamento di fronte la normativa ecclesiastica che ricerca ed accoglie le ragioni dell’obbedienza alle leggi (ratio legis) e non si arresta alla materiale loro esecuzione, scoprendo che bisogna obbedire, per esempio, a quanto è contenuto nei canoni dei Codici del 1983 e del 1990, non perché è lì scritto, ma proprio perché è vero, giusto e buono che è stato scritto nei Codici.

Al di là di tutte le teorie sulla Giustizia, l’opera del prof. Errazuriz aiuta a prendere coscienza che si comprende veramente cos’è la Giustizia e quanto sia necessaria nella vita della Chiesa, solo quando si è vittime d’ingiustizia perché ci si vede negato ciò che oggettivamente è dovuto!

Per i suddetti motivi, sinceramente ringrazio il prof. Errazuriz per questa opera di alto profilo scientifico ed allo stesso tempo di grande utilità didattica e pastorale, ma soprattutto perché manifesta la sua passione per Dio, il suo Popolo ed ogni singolo fedele! Con questa sua fatica, egli in qualche modo ricorda a tutti noi, quanto santa Caterina ha dettato nel suo Dialogo:

“Neuno Stato si può conservare nella legge civile e nella legge divina in stato di grazia senza la santa giustizia, [Pr 16,12; Let 123: “Per la giustizia si regge il trono…”] però che colui che non è corretto e non corregge fa come il membro che è cominciato a infracidare, che se’l gattivo medico vi pone subitamente l’unguento solamente e non incuocie [= cauterizza/brucia] la piaga, tutto il corpo imputridisce e corrompe”.